Non è tutto oro quello che luccica

In Qatar si è alzato il sipario sui mondiali di calcio. L’Italia quest’anno non partecipa ma vale la pena parlarne forse più degli altri anni.

Amnesty International, organizzazione che lotta contro tutte le ingiustizie, ha denunciato lo sfruttamento e le morti dei lavoratori impegnati nella   costruzione degli impianti sportivi che saranno teatro delle partite del campionato.

In Qatar tra il 2010 e il 2022 le morti registrate per tale motivo sono oltre 6000.

Non solo ma la testata britannica Guardian, che ha avuto accesso   ai documenti governativi qatarioti, afferma che questa cifra riguarda esclusivamente i migranti, che    nella maggior parte dei casi, sono morti perché costretti a lavorare per turni infiniti sotto il sole cocente estivo, senza dispositivi di Sicurezza o perché costretti e a vivere in condizioni pericolose in alloggi fatiscenti nei quali hanno trovato ricovero.

Per questo Amnesty International, insieme ad altre associazioni umanitarie e di tifosi, ha scritto una lettera al presidente della Fifa, Fédération Internationale de Football Association, chiedendo lo stanziamento di almeno 450 milioni di euro da parte della Federazione per risarcire, almeno in parte, le vittime di sfruttamento.

Tante le manifestazioni di solidarietà, alcuni sponsor, come quello della Danimarca, hanno deciso di ritirare il loro logo dalle divise ufficiali  e la terza maglia della nazionale danese sarà nera in simbolo di lutto per tutti questi lavoratori.

Anche in Francia, molte città come Parigi hanno annunciato che non trasmetteranno le partite  del mondiale sui maxischermi, come protesta contro le violazioni dei diritti umani.

È stata messa in discussione anche la sostenibilità dell’evento, infatti secondo la Fifa, l’evento genererà 3,6 milioni di tonnellate di Co2 e si prevede che saranno necessari 10 mila litri di acqua al giorno per ogni stadio, un impatto ambientale non indifferente, il Qatar ha una limitatissima disponibilità di acqua dolce e dovrà contare su un processo di desalinizzazione che comparta costi elevatissimi.

Fanno molto discutere anche le limitazioni imposte dal governo a tutti quei tifosi   che raggiungeranno l’emirato per assistere alle partite, infatti il consumo dell’alcol è molto limitato, sarà possibile acquistare alcolici solo dopo aver compiuto 21 anni.

La possibilità di accesso alle partite investe anche il dress code. E’ richiesto vestirsi con pudore, evitando spalle scoperte e gonne troppo corte, ma anche pantaloncini o top senza maniche. In caso in cui questa legge non fosse rispettata, potrebbe essere proprio negato l’ingresso ad alcuni edifici.

Non va meglio sul versante diritti umani negati, una ferita profonda sotto gli occhi del mondo, sapere che gli omosessuali per i quali è prevista la pena di morte, sono ammessi negli stadi, ma qualsiasi manifestazione pubblica di intimità potrebbe comportarne l’arresto.

Restrizioni anche per la stampa perché, per poter lavorare  nel Paese,  fotografi e i video maker devono presentare una richiesta all’organizzazione ed è espressamente proibito loro di filmare e intervistare persone all’interno di abitazioni, edifici governativi, università, luoghi di culto e ospedali senza un permesso ufficiale.

C’è da chiedersi se mettere sotto i riflettori e sotto gli occhi del mondo una realtà come quella del Qatar possa servire per discutere di diritti umani e conquiste tanto faticosamente raggiunte in altri paesi o se sarebbe stato più opportuno discutere nel 2010, quando si è presa questa decisione, se concedere o meno ad un tale paese il privilegio di ospitare il campionato mondiale di uno sport che i diritti umani li esalta.

Che ne pensano i lettori?

Fabio Ricupero, Giuseppe Borreggine, Daniele Littorio, III ITIA/A ITT “Panetti – Pitagora”, Bari

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