U’ Siccu: quando lo Stato vince. Ma non basta

Matteo Messina Denaro nasce il 26/04/1962 a Palermo.  Entrato in ambiente mafioso durante l’adolescenza, fa presto a farsi un nome e a diventare uno dei principali responsabili delle stragi di Capaci e via d’Amelio. 

“U’ Siccu” è stato arrestato ieri, 16.01.2023, alle 8.20, dai carabinieri del Ros, mentre stava per iniziare la seduta di chemioterapia alla clinica “La Maddalena” di Palermo.

L’indagine che ha portato alla cattura del capomafia di Castelvetrano è stata coordinata dai procuratori di Palermo Maurizio De Lucia e Paolo Guido. Da tre giorni i Carabinieri aspettavano l’ultima conferma per procedere all’arresto e i reparti d’assalto del Gis stavano già monitorando la struttura. Secondo i testimoni, Messina Denaro avrebbe provato ad allontanarsi dai Carabinieri, ma la clinica è stata circondata da uomini dell’Arma a volto coperto e, quando uno di loro gli si è avvicinato chiedendogli «Come ti chiami?», ha risposto con fare saccente: «Sono Matteo Messina Denaro». 

“Capaci non dimentica” è la didascalia sugli striscioni dei cittadini palermitani che sono accorsi per seguire la cattura del fedelissimo di Totò Riina. In Procura, la mattina stessa, era arrivata la premier Giorgia Meloni che ha voluto incontrare i magistrati per congratularsi con loro. “Siamo orgogliosi di un risultato costato tanta fatica”.  

L’inchiesta è partita dai familiari del capomafia che, pur sapendo di essere intercettati, hanno fatto cenno alle malattie del boss. E indagando, si è riusciti a stilare una lista di pazienti sospettati, primo fra tutti Andrea Bonafede, parente di un antico favoreggiatore del boss, che però si trovava a Campobello di Mazara il giorno del ricovero di “iddu”. Da qui la conferma che ‘u Siccu’ fosse ricoverato sotto falso nome e la prenotazione di una seduta di chemioterapia a nome Bonafede ha fatto scattare il blitz.

Messina Denaro sarà destinato a un carcere di massima sicurezza, dove gli sarà possibile continuare le sue cure contro il tumore. La premier ha parlato di “carcere duro” e il procuratore De Lucia ha confermato che le condizioni del boss “sono compatibili col carcere”. Le indagini non si sono certo fermate con l’arresto. Gli inquirenti, infatti, continuano a cercare quel nascondiglio che avrebbe ospitato il boss negli ultimi mesi e che potrebbe custodire i segreti dell’ex numero uno di Cosa Nostra che avrebbe conservato il contenuto della cassaforte di Totò Riina portata via dalla casa di via Bernini, come testimoniano i pentiti. 

«Cosa Nostra non uccide donne e bambini». Una regola tanto nota quanto disattesa dall’organizzazione criminale. Tra i capi d’accusa più gravi contro il boss, oltre a quelli per le stragi del ’92, c’è quello per l’omicidio di Vincenzo Milazzo, capo della cosca di Alcamo, che aveva iniziato a non gradire la guida del boss di Cosa Nostra Totò Riina, oltre a quello per la morte della fidanzata incinta di tre mesi, Antonella Bonomo, morta strangolata dal fedelissimo di Riina. Presente all’appello anche l’omicidio di Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino. Il bimbo, rapito il 23 novembre 1993, fu tenuto sotto sequestro per ordine di Messina Denaro per due anni. Dopodiché il bimbo venne legato come un animale e sciolto nell’acido.

“Lo Stato ha vinto” dicono, ma la mafia continua a graffiare la pelle di tutti gli italiani, giorno dopo giorno, continuando a lasciare una cicatrice indelebile omicidio dopo omicidio.

Dede Mongelli, 3^D Cambridge Liceo Classico “Orazio Flacco”, Bari

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