Bari: tante le domande sulla discussa demolizione dello storico edificio della Gazzetta del Mezzogiorno

Quando il presunto “progresso“ distrugge la Storia: accade a Bari in via Scipione l’Africano dove lo storico ex edificio della Gazzetta del Mezzogiorno, caratterizzato ancora oggi da un’architettura apprezzabile anche dal punto di vista funzionale oltre che storico, verrà presto abbattuto per far posto ad un complesso residenziale. Tanto quanto basta per far indignare il presidente dell’ordine degli architetti della provincia di Bari e una serie di cittadini sensibili alla tutela dell’identità storica del capoluogo pugliese nonché del recupero sostenibile degli edifici.

Tutto cio, a quanto pare, non avrà seguito a causa dell’autorizzazione dei lavori che consentirà presto l’abbattimento della “vecchia” struttura. L’abbattimento, secondo gli architetti baresi, avverrebbe contro le prescrizioni della legge regionale che regola le «Misure a sostegno della qualità della opere di architettura e di trasformazione del territorio». La legge, ricordano infatti dall’Ordine degli Architetti, nonostante la sua lunga esistenza, sembra sia stata dimenticata dal Comune di Bari e da tutti i comuni pugliesi che di fatto, osservano i contestatori dell’iniziativa, non l’hanno mai applicata. Da tempo le norme in vigore prevedono infatti che le amministrazioni locali, entro dodici mesi dall’approvazione delle disposizioni, redigano un elenco di edifici di architettura moderna e contemporanea di significativa testimonianza storica.

«Invece tutto è annegato nel silenzio più assoluto. Come più volte denunciato dall’Ordine degli Architetti di Bari – continua Il Presidente dell’Ordine degli Architetti di Bari – con l’annuncio della demolizione del palazzo della Gazzetta, prestigiosa opera dell’Architetto Onofrio Mangini, la storia purtroppo si ripete. Questa volta grazie anche al silenzio del Comune».

«Ricordo alla cittadinanza – prosegue il presidente dell’Ordine degli Architetti di Bari – che quello della Gazzetta è solo l’ultimo episodio dopo la distruzione dello splendido Palazzo che dominava piazza Aldo Moro di Saverio Dioguardi dell’82, di Villa Logroscino progettata dallo studio Chiaia-Napolitano e Villa Bianca progettata da Onofrio Mangini, sempre in via Scipione l’Africano. Abbiamo assistito all’abbattimento della torrefazione Saicaf in via Amendola disegnata da Dino Pezzuto, della clinica Villa del Sole di Saverio Dioguardi demolita a causa del famigerato piano casa».

Non si tratta affatto di un singolo accanimento ma semplicemente di un appello finalizzato a garantire ciò che si è sempre cercato di far rispettere: Lo stesso ordine professionale, infatti, si è opposto in tutti i precedenti episodi, compreso anche quello dell’ex Cto, realizzato dal grande maestro italiano Giuseppe Samonà tra il 1948 e il 1953.

«Invano – conclude Mastronardi, Presidente dell’Ordine – ho chiesto un anno fa al Sindaco Antonio Decaro di essere ricevuto per poter esporre le nostre istanze, non solo a nome di una categoria, ma di tutta la Città diventata una meta del turismo nazionale ed estero. Se fossi stato ricevuto gli avrei ricordato come le opere di architettura moderna e contemporanea facciano parte del palinsesto urbano al pari delle bellezze monumentali e dei luoghi simbolo. Per non vedere distrutta la nostra storia invitiamo tutte le forze culturali ed accademiche del territorio provinciale ad una mobilitazione plurale, affinché il Comune di Bari con il supporto della Regione Puglia applichi finalmente la norma regionale, inapplicata da 15 anni, e tuteli le sue opere più significative di Architettura moderna e contemporanea. Come? Nell’unico modo possibile come previsto dalla legge regionale, ovvero che il consiglio comunale adotti una variante al piano urbanistico per mettere in salvo l’elenco delle costruzioni del 900 barese, prima che del recente passato architettonico di Bari non resti più nulla». A queste osservazioni del rappresentante dei professionisti baresi, poi, noi di BariSera aggiungiamo ulteriori osservazioni e domande che, auspichiamo, possano presto ottenere risposta:

Essendoci un precedente – riguardante sempre le vecchie sedi della Gazzetta de Mezzogiorno – e considerato l’esistenza di un regolamento che andrebbe rispettato sempre e comunque (e non solo quando fa comodo a qualcuno), perché l’amministrazione comunale non interviene facendo semplicemente rispettare le regole? Perché si parla tanto della tutela della Storia e della Cultura ma poi le logiche di mercato vengono messe al di sopra di esse? Cosa ne pensano gli addetti ai lavori del neonato cantiere? Tenendo presente che per Cultura si intende anche tutela dell’identità storica del territorio, perché si autorizza così facilmente la demolizione di uno dei simboli dell’architettura caratteristica e dello sviluppo – non solo economico ma anche creativo – del capoluogo pugliese? Ma non solo:

perché altri (molti altri!) sono costretti a rispettare le regole mentre taluni possono tranquillamente demolire un edificio storico? L’auspicio è che dietro simili discusse azioni si possano del tutto scongiurare o perlomeno smentire dei “giochi di palazzo” che, diversamente, rischierebbero di essere confermati. Mentre in altre circostanze – come per l’altrettanto storico Palazzo Mincuzzi di via Sparano – ci sono infatti ancora edifici identitari che sopravvivono efficacemente a questa ondata distruttrice, resta da chiedersi se la strategia politico-amministrativa dei governanti locali sia rispettosa delle regole in maniera omogenea o se invece, nonostante le evidenze (e le regole) sia persino capace di sorvolare a favore di singoli circostanze. Restiamo in attesa di delucidazioni (sempre in un’ottica propositiva volta a tutelare l’immagine e l’identità di una città – Bari – che non può e non deve inseguire solo interessi ordinari).

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