Generale Bellomo: un eroe assassinato

L’unico ufficiale, anzi l’unico caso, di un militare fucilato, secondo la corte marziale militare, dopo la fine della seconda guerra mondiale, esattamente l’11 settembre del 1945 (quindi in tempo di pace) a Nisida (NA) per mano di un plotone di esecuzione inglese è stato il barese Generale Nicola Bellomo.

Bellomo morì urlando a pieni polmoni: VIVA L’ITALIA. Dopo sei anni esattamente l’11 aprile del 1951 lo stesso Generale Bellomo venne insignito della medaglia d’Argento al Valor Militare perché gli fu riconosciuto il gesto eroico compiuto dallo stesso militare che unitamente ad un gruppo di altri eroi riuscì ad impedire che le truppe tedesche, occupassero il porto di Bari.

Non una parola invece degli altri meriti, che riteniamo ancora maggiori, di cui parliamo qui di seguito.

Ma perché Bellomo fu fucilato? Io dico per vendetta, tuttavia la storia ci consegna questi episodi: il primo accadde il 10-11 febbraio 1941. Il gen. Bellomo, cattura, nella zona del Monte Vulture, un commando inglese di 40 uomini paracadutati che, agli ordini del maggiore Pritchard, stavano sabotando l’acquedotto pugliese; il secondo racconta la fuga dei due ufficiali inglesi catturati. Era il 30 novembre ‘1941. Dal campo di prigionia di Torre Tresca (BA) fuggono i due prigionieri inglesi: il capitano George Playne ed il tenente Roy Roston Cooke; le sentinelle aprono il fuoco e Playne e viene colpito a morte mentre l’altro fuggitivo, Cooke, viene catturato. Le autorità italiane aprono due inchieste, una terza inchiesta viene aperta dalla Croce Rossa Internazionale. Il gen. Bellomo, che, pur non avendo sparato, si era assunto la piena responsabilità dell’accaduto, viene completamente scagionato in quanto le leggi di guerra prevedono l’apertura del fuoco sui prigionieri in fuga.

Tutto in regola allora? Dunque il Gen. Bellomo era o no un criminale di guerra? Secondo il Tribunale inglese si!

E qui che emergono le manovre di uomini di dubbia moralità. Bellomo subisce l’onta di un processo che sembra destinato fin dall’inizio a condurre a morte il generoso ufficiale che invece era molto amato dalla comunità barese. Il processo non fu condotto con tutte le garanzie previste per la difesa, e furono praticamente trascurate quasi tutte le prove favorevoli all’imputato. Lo dicono tutte le inchieste condotte a posteriori. Per di più il nostro  Ministero della Difesa non ha mai fatto chiarezza in proposito, ed ha trattato il caso con imbarazzo e contraddizioni. Lo Stato Maggiore della Difesa indica la morte del generale con queste parole: “Fu collocato in congedo I’1’1.9.45. Deceduto a Nisida per ferite d’arma da fuoco”. Osservate le parole: “l’esecuzione” diventa “decesso”; la “fucilazione” viene indicata come “ferite d’arma da fuoco”.

Eppure Bellomo era popolarissimo e la sua fama era alle stelle. Aveva salvato la popolazione pugliese e campana dall’azione di sabotaggio inglese il cui scopo era quello abbattere a colpi di tritolo le condotte dell’acquedotto pugliese a diretto danno delle popolazioni civili.

Peter Hopkins (referente del Servizio Segreto Americano a Roma nel 1944) e autore del libro denuncia Holy Betrayed” New York 1956 rileva che il gen. Bellomo fu vittima delle macchinazioni di Badoglio e dei Monarchici che volevano eliminare un testimone pericoloso dei “giorni della fuga”. E parimenti Ruggero Zangrandi, noto giornalista e scrittore, affermò che “la corte britannica fu tratta in inganno da Badoglio e da agenti monarchici che in tutta segretezza fecero ricorso al falso per favorire la fucilazione di Bellomo che, con le sue denunce, rappresentava una minaccia per il Re e per Badoglio, in quanto rivelavano al mondo lo squallore del loro tradimento”. Il 28 luglio 1945 termina il processo. Alle 13.30 viene letta la sentenza di condanna a morte. Bellomo ha 48 ore di tempo per presentare la domanda di grazia. Non la presenterà mai! Se lo facesse ammetterebbe implicitamente di essere colpevole. Lui sa di essere innocente ma non è tipo di venire a patto con la propria coscienza e preferisce affrontare a testa alta il plotone di esecuzione. Chiede di essere lui stesso a dare l’ordine di fuoco ma i giustizieri della perfida Albione gli negano anche questa soddisfazione. Morirà gridando “Viva l’Italia!

Ma la storia non finisce qui. Il  Sottosegretario alla Difesa, Sen. Salvatore Costa nomina la Commissione per la revisione del processo Bellomo. La Commissione lavora alacremente. Ci sono varie difficoltà da superare; ad esempio chiedere a Londra gli atti del processo (migliaia di pagine finora Top Secret), tradurli ed esaminarli. C’è però da superare anche quella che sembra una piccola formalità. È necessario che la domanda di revisione sia firmata da Andrea il figlio maggiore del generale. Ma questi oppone un netto rifiuto. Troppo tempo è passato, la famiglia ha già sofferto tanto. I resti del padre sono stati inumati con tutti gli onori nel Sacrario di Bari. Questo può bastare. Lasciamolo riposare in pace.

Cala il sipario sul dramma Bellomo. Definitivamente? Non sappiamo. La Commissione si è sciolta senza poter raggiungere lo scopo desiderato da tanti, tantissimi. Resta in ognuno di noi il cruccio che da qualche parte, sulle rive sabbiose del Tamigi, resterà dimenticato in un archivio polveroso un fascicolo (migliaia di pagine ormai non più Top Secret) firmato Maggiore Generale Cloves (presidente della corte), Brigadiere Generale Calwell, Colonnelli Dracula e Cunning (giudici) nel quale risulta che il gen. Bellomo fu condannato a morte perché ritenuto criminale di guerra da un tribunale inglese. Unico caso in Italia nel dopoguerra!

Franco Marella 

 

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