Visto per voi: C’è ancora domani. E noi tutti dobbiamo ancora crederci

«Stringete le schede come fossero biglietti d’amore»: è così che si conclude l’opera prima di Paola Cortellesi C’è ancora domani, esordio nel genere tragicomico della nota attrice, che veste per la prima volta i panni di regista.

Ambientato nella Roma della primavera del ‘46, divisa tra la miseria lasciata dagli orrori della guerra e la voglia di riscatto degli italiani alla ricerca di un futuro migliore, il film ci racconta di Delia, una donna tenace che si occupa della sua casa, dei suoi figli e di suo suocero, facendo più lavori per racimolare qualche soldo in più per il matrimonio della figlia Marcella. La sua vita, le sue libertà vengono ostacolate dalla presenza del marito Ivano (interpretato dall’eccezionale Valerio Mastandrea), che non perde occasione per insultarla e picchiarla al minimo errore. Delia è costretta in una trappola apparentemente innocua e sicura, la sua casa, che in realtà si rivela l’incubo che molte donne dell’epoca dovevano affrontare. 

Non è cambiato molto da allora: sono già 107 le donne che, quest’anno in Italia, sono state vittime della violenza e della prevaricazione del loro compagno, marito o ex, fino al loro ultimo respiro. Almeno questi sono i numeri noti; chissà quante altre donne stanno soffrendo in silenzio, impossibilitate a chiedere aiuto alle autorità per senso di colpa, per necessità, per la paura delle minacce. 

Delia, prigioniera di quella casa, della sua casa, racconta non solo la sua storia, ma quella di tante donne come lei. Vuole evitare a tutti i costi che sua figlia commetta gli stessi errori: Marcella sta per sposare Giulio, figlio dei facoltosi proprietari del bar del quartiere; in lei Delia si rivede giovane e spensierata. La ragazza, invece, vede nella madre una debole, priva di carattere, incapace di reagire alle cattiverie del padre. 

È proprio dopo uno sfogo di sua figlia che Delia capisce che è arrivato il momento di reagire, di accettare il messaggio di una lettera indirizzata a lei. Il suo contenuto non viene svelato, ma la reazione di Delia nel leggerlo lascia intendere che si tratta di qualcosa che rivoluzionerà il suo futuro. Il fatto stesso di aver ricevuto una lettera, non rivolta al marito, ma a lei, la sorprende ed è una delle poche cose che la rendono felice, insieme ai momenti di spensieratezza con l’amica Marisa, alle conversazioni con un soldato americano, conosciuto per caso, al ricordo della giovinezza vissuta con Ivano, quando ancora era libera di vestirsi secondo il proprio gusto, persino di mettersi il rossetto. Un gesto che sembra scontato, ma che per Delia è simbolo di rivalsa e speranza: il cosmetico appare nei punti salienti del film, per mettere in evidenza i momenti di maggiore tensione che una donna vive. Scegliere di toglierlo significherà per le donne mettere sullo stesso piano le loro parole e quelle degli uomini, provando a eliminare le differenze tra i sessi: il diritto di voto, negato alla donna fino a quel giugno del 1946; la disparità di stipendi, denunciata nel film e tuttora presente: in Italia, secondo l’Istat, le lavoratrici guadagnano il 15% in meno rispetto ai loro colleghi. 

Paola Cortellesi, regista e insieme attrice protagonista, ha saputo presentare ironicamente e con delicatezza un argomento difficile e che, purtroppo, caratterizza ancora la nostra società, esprimendo, anche solo con lo sguardo, le emozioni più profonde che attraversano l’animo di Delia e, tramite lei, l’animo delle donne che vivono contesti di violenza. 

Nel finale commuove il gesto di libertà, acquisita consapevolezza e gioia rivolto da Delia alla figlia, così come l’unione e la solidarietà femminile messe in scena, che, anche oggi, non lasciano mai nessuna da sola e danno la forza di andare avanti nei momenti più bui. 

Vittoria Fino, Alessia Manzo, Elettra Salvatore – 2^C 

Liceo Classico Statale “Q. Orazio Flacco” – Bari

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