Una studentessa barese negli States

Ne parlavo sempre al futuro; ora eccomi qua: nel mio quarto anno di liceo, grazie al progetto di mobilità studentesca internazionale – cui possono avere accesso gli alunni italiani dell’istruzione secondaria superiore per vivere esperienze di studio all’estero – vivo a Filadelfia ormai da quattro mesi, e frequento una High School americana. Nello spazio di questa rubrica vi racconto la mia personale esperienza, che può non coincidere con quella di altri exchange students.

Vivo a Filadelfia ormai da quattro mesi, e frequento una High School americana. 

La mia situazione è singolare: io mi trovo in una metropoli, al contrario della gran parte degli studenti che finisce nei suburbs, i sobborghi. 

La città è un ambiente multiforme e lo si nota soprattutto nell’ambito scolastico.  È bene chiarirlo subito: la scuola americana non è football, cheerleaders, zero compiti e armadietti decorati. Da dimenticare le iconiche scene di Mean Girls

Una cosa è certa però: non c’è nulla di simile alla scuola italiana. 

La differenza più evidente è che non esistono le classi come le può intendere uno studente italiano. Gli alunni girano per le aule dei vari professori e hanno diversi compagni per ogni materia. Ciò porta a conoscere più persone – fatto positivo – ma non permette di creare in classe la stessa complicità tra quei compagni che, alla fine dei cinque anni, diventano amici. Anche le materie cambiano ogni anno e sono scelte dagli studenti stessi. 

Per ogni materia esistono tre gradi di difficoltà: Regular, Honors e Advanced Program. In ogni caso i contenuti sono più semplici; i professori puntano su lavori di gruppo e dibattiti, rendendo le lezioni meno frontali e più interattive. Al di là delle proprie convinzioni – pro o contro il sistema scolastico americano – bisogna riconoscerne i pregi, e questo è un aspetto da apprezzare. La scuola italiana è l’opposto: forse, talvolta, sarebbe interessante dare un risvolto pragmatico alle lezioni più pesanti. Si pensi, ad esempio, a un dibattito filosofico dopo aver studiato i monisti e i pluralisti: due fazioni opposte in classe che sostengano la propria tesi con esempi pratici o riferendosi alle dottrine studiate. Anche i più scettici si appassionerebbero. 

In linea di massima non sembra necessario impegnarsi molto in America per andare bene: basta fare quanto richiesto, né più né meno. È un sistema che rischia di portare a un appiattimento delle menti. Chi eccelle non trova motivo di impegnarsi più degli altri, se alla fine questi raggiungono senza troppa fatica gli stessi risultati. Ne consegue l’assenza di meritocrazia, grande punto debole. Si parla spesso dell’America come mito della meritocrazia; nel mondo del lavoro, effettivamente, se si hanno le competenze e la creatività necessarie per avere successo, lo si raggiunge. Ma in ambito scolastico non c’è spazio.

In America sembra che tutto giri intorno al guadagno economico. Si inizia a lavorare sin da adolescenti, perché si è costretti a farlo o perché è semplicemente parte del sistema; le rette universitarie costano decine di migliaia di dollari e di solito i genitori non sono disposti a pagarle, perciò gli studenti devono chiedere prestiti allo Stato. Dietro al sistema educativo gira un business che mette in secondo piano la formazione dei giovani. 

In fin dei conti l’high school americana prepara i suoi studenti per iniziare a lavorare subito dopo essersi diplomati, senza necessariamente laurearsi; al contrario della scuola italiana, che dà ai suoi alunni una cultura atta a continuare gli studi universitari. 

Il sistema scolastico italiano con l’aggiunta di un po’ di pragmatismo americano potrebbe rappresentare un metodo educativo ideale. D’altronde anche gli antichi lo dicevano: in medio stat virtus.

Caterina Sylos Labini – 4^C Cambridge

Liceo Classico Q. Orazio Flacco” – Bari

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