Vivere e suonare per non dimenticare la nostra Storia

Si è tenuto al Conservatorio Piccinni di Bari il concerto evento Conservare la Memoria. Immagini, musica e storia in occasione della Giornata della Memoria, nell’ambito del progetto ideato dal Maestro Francesco Lotoro, che da oltre 30 anni ricerca brani composti nei campi di concentramento. Sono state raccolte sinora più di 10000 opere, molte tramandate oralmente e ricostruite in base a fonti fonografiche. L’iniziativa è stata presentata di recente anche alla sede dell’Unesco di Parigi.

Altra operazione straordinaria del progetto di musica concentrazionaria è il restauro di due violini utilizzati nei lager. Uno recuperato nel campo di Auschwitz, l’altro appartenente a un prigioniero di un campo civile inglese, il pugliese Cesare Savino. Questo violino è tornato a vivere dopo 80 anni, proprio sabato sera tra le mani del M° Fabrizio Signorile. “Se si pensasse a chi l’ha suonato prima e dove si trovava non si riuscirebbe a suonare più. Sarebbe talmente forte l’emozione che si proverebbe nell’immaginare cosa ha visto quel violino, che tutto il resto perderebbe senso” confessa il violinista prima del concerto.

M° Lotoro, quale il fine del progetto? Quando è iniziata la Sua ricerca?

Il fine di ogni progetto non è mai chiaro all’inizio. Il vero fine si disegna durante. Il mio progetto è il coronamento di una vasta ricerca di spartiti musicali iniziata nel 1988, che ci ha consentito di unificare questa immensa letteratura musicale all’interno di un monumentale archivio, che permetterà alla musica concentrazionaria di tornare a vivere. Avevo solo 24 anni, eravamo nel paleolitico delle tecnologie e ciò rallentava la ricerca. Erano da poco finiti i regimi socialisti e l’Europa dell’Est, dove si trovano i principali campi di sterminio, si stava gradualmente aprendo. Ora la ricerca si sta spostando sul piano del contatto con i figli e i nipoti dei deportati.

Quali sono le sensazioni che prova suonando questi brani?

Se ti fai catturare dalle emozioni, non vai avanti. Occorre essere come il chirurgo quando opera: non può farsi disturbare dal sangue. È una sorta di distanziamento che occorre mettere tra sé e la tragedia per condurre un lavoro che debba essere più scientifico e quanto più sistematico possibile. Io sono ebreo. So bene di cosa parlo, cosa suono e cosa c’è dietro la mia ricerca. Ma questa è possibile solo se non ci si fa imprigionare dalla tragedia, che rimane inenarrabile. Il fine è non perdere mai di vista chi ha scritto tutto questo e dove è nato, ma allo stesso tempo far sì che questa musica non si nasconda nell’eccezionalità, perché questa musica vuole essere normale, vuole essere musica come i suoi autori l’hanno desiderata, la musica che si sente nei teatri, nei conservatori, nei caffè, nelle serate di intrattenimento. Questa musica deve riprendersi le coordinate che appartengono a tutta la musica da quando esiste la musica.

C’è un brano cui è particolarmente legato?

Uno di quelli che mi ha impegnato di più è l’ottava sinfonia di Erwin Schulhoff, un ebreo cecoslovacco internato nel lager di Wülzburg. Compose la sua sinfonia per pianoforte ma purtroppo morì per una tubercolosi, non riuscendo a completarla. Io l’ho recuperata a Praga e, con la collaborazione del M° Paolo Candido, l’ho studiata e l’ho completata, annullandomi, cercando di identificarmi con il suo compositore.

Un consiglio per noi giovani che, si dice, abbiamo ‘la memoria corta’. Come continuare a ricordare questa tragedia che è la nostra Storia?

Insegno da tre anni in un Conservatorio. Sempre più studenti vogliono aiutarmi nelle mie ricerche. Ho imparato un po’ a conoscere i giovani. Conoscono tecnologie con cui avrei molte difficoltà. C’è uno spirito di sana competizione tra i giovani musicisti, che sono ormai una vera e propria tribù social. Ho sognato per una vita di condividere questo lavoro, renderlo plurale. Sta succedendo ora, grazie alle nuove generazioni. Non posso desiderare di più.

 Emma Gialdrone, 1^F; Giulia Antonucci, 2^E – Liceo Classico “Q. Orazio Flacco”, Bari 

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