Spreco alimentare, il lato oscuro del consumo

All’ombra dei mercati affollati e dei supermercati ricolmi di prodotti freschi, si cela un fenomeno purtroppo diffuso: lo spreco alimentare. Non è soltanto un inconveniente logistico o una questione di economia domestica trascurabile: è una piaga sociale e ambientale che mina silenziosamente le fondamenta della nostra società. In tutto il mondo, miliardi di tonnellate di cibo vengono gettate ogni anno, mentre milioni di persone soffrono la fame. Questa contraddizione sconcertante si riflette nella nostra capacità tecnologica di produrre abbastanza cibo per sfamare l’intera popolazione mondiale a fronte di fame e malnutrizione.

Il percorso che attraversa la filiera alimentare industriale, passando per magazzini, supermercati e ristoranti, spesso contribuisce all’eccesso di alimenti non venduti o scartati per piccoli difetti estetici. Questo flusso di sprechi termina nei cumuli di rifiuti che soffocano le discariche di tutto il mondo, contribuendo all’inquinamento ambientale e alla perdita di risorse preziose.

Possiamo porre fine a questo spreco ingiustificato e costruire un futuro in cui ognuno abbia accesso a una nutrizione adeguata, senza compromettere il nostro pianeta?

Secondo il rapporto della Fondazione Banco Alimentare, in Italia vengono sprecati ogni anno circa 5,1 milioni di tonnellate di cibo, di cui il 54% è costituito da prodotti industriali e il restante 46% da prodotti freschi. Lo spreco alimentare ha un costo significativo: si stima che in Italia abbia un valore di circa 13 miliardi di euro all’anno.

Una ricerca di informazioni che ha coinvolto piccole aziende locali della città metropolitana di Bari, compresi i quartieri di Palese e di Santo Spirito e il Comune di Bitonto.

 “Dove finiscono i prodotti freschi a fine giornata? Come la vostra azienda affronta lo spreco alimentare?”.

Le frutterie di quartiere – i nomi degli esercizi commerciali intervistati sono omessi per ragioni di privacy – hanno rivelato che i prodotti invenduti a fine giornata vengono portati a casa oppure gettati nei comuni cassonetti, per evitarne la svendita a prezzi infimi.

Nelle pescherie, invece, di solito il prodotto fresco e riutilizzabile viene sistemato in apposite cassette, ghiacciato e deposto nelle celle frigorifere, affinché venga venduto il giorno dopo; mentre la merce non commercializzabile viene ritirata per poi essere smaltita negli scarichi di smaltimento alimentare di categoria 3.

Le macellerie di Bari e Bitonto più note e frequentate, nella maggior parte dei casi, dividono i prodotti avanzati fra lo staff per evitare lo spreco.

Queste tre tipologie di aziende rappresentano i diversi tipi di mentalità che fanno parte della nostra società odierna: dall’attenzione al guadagno alla consapevolezza di uno smaltimento sostenibile, fino alla sincera intenzione di evitare lo spreco in ogni modo possibile.

Invenzioni come l’app “TooGoodToGo”, nata in Danimarca nel 2015 per merito di un gruppo di giovani attenti allo spreco alimentare, permettono al cliente di acquistare le “Surprise Bag” con l’invenduto della giornata di ristoranti, bar e negozi alimentari a prezzo ridotto.

Ma porre fine allo spreco alimentare e garantire un accesso equo alle risorse alimentari del pianeta richiede un impegno coordinato a livello globale e azioni concrete su più fronti. Per ottenere risultati significativi e massimizzare l’utilizzo degli alimenti, è fondamentale implementare normative e politiche di tassazione più rigide, creando sinergie tra agricoltori, produttori, distributori, rivenditori e organizzazioni benefiche.

Gaia Belviso (4^D), Margherita Longo (3^D Cambridge), Liceo Classico “Quinto Orazio Flacco” – Bari

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