Essere donne in Afghanistan: una prospettiva di speranza e sfide. La storia di Fatima Haidiri

E’ splendida la storia di Fatima Haidiri perché è piena di passione e meraviglia, emozione e desiderio di riscatto. Ma è anche terribile, «come un film horror», perché è la storia di una ragazza costretta a lasciare il suo Paese, che ha conosciuto la paura di essere uccisa e il dolore di separarsi dalla sua famiglia. 

L’Afghanistan, terra di antiche culture e tradizioni, è purtroppo conosciuto anche per la difficile condizione delle donne che vi abitano. La storia di Fatima Haidiri, una studentessa di 25 anni che ha dovuto abbandonare il suo paese a causa dell’oppressione dei Talebani, è solo una delle tante testimonianze di questa realtà drammatica.

Nata in una delle aree più remote e povere del Paese, chiamata Lal Sar Jangal, nella provincia di Ghor, da bambina ha dovuto lavorare sin da quando aveva 8 anni.

La sua famiglia le ha permesso di studiare, mentre alla maggior parte delle ragazze era severamente vietato frequentare le lezioni. Non possedeva libri o quaderni: si esercitava scrivendo e leggendo sulla sabbia.

E’ così diventata la prima guida turistica donna in Afghanistan, la sua storia era stata pubblicata da diversi media e per questo rischiava di essere un bersaglio per i talebani.

Nonostante molte difficoltà, è riuscita a entrare all’università di Herat per studiare giornalismo e comunicazione. In un Paese come l’Afghanistan diventare giornalista, essendo donna, era una sfida enorme, ma era anche il suo sogno più grande.

Nessuno la appoggiava, la gente le diceva “sei una ragazza, non puoi farlo!”. In ogni caso, era quello che amava fare e nessuno è riuscito a fermarla.

A parte i talebani.

Con il ritorno al potere dei Talebani è cambiato tutto, soprattutto per le donne: sono sepolte in casa, non possono studiare dopo le scuole elementari, non possono lavorare o andare al ristorante, non possono praticare sport, uscire da sole, truccarsi… tutti i diritti che le donne avevano faticosamente conquistato, erano andati in fumo in una sola notte.

Le più fortunate, come lei, sono riuscite a scappare dall’Afghanistan, è arrivata in Italia dove sta provando a ricominciare, senza però dimenticare perché farlo è impossibile.  

Proprio per questo, in Italia, sono nate organizzazioni che si impegnano attivamente per aiutare donne come Fatima e molte altre che si trovano nella stessa situazione. Una di queste è Pangea Onlus, un’associazione che ha operato dal 2003 con l’obiettivo di accogliere e sostenere le donne afghane che fuggono dalla loro terra natale. Oltre al supporto materiale, Pangea offre anche un sostegno psicologico essenziale per affrontare il trauma e le difficoltà incontrate durante la fuga e l’adattamento a un nuovo ambiente.

Un’altra organizzazione che merita considerazione è Nove Onlus, con sede a Roma, attiva dal 2012 nell’assistenza alle donne afghane e nella ricerca di soluzioni concrete per migliorare le loro condizioni di vita. Recentemente, Nove Onlus ha lavorato alla creazione di un corridoio umanitario per consentire il ritorno sicuro e il rifugio delle donne afghane in situazioni di difficoltà, offrendo loro una via di fuga e una speranza di una vita migliore.

Oltre alle organizzazioni locali, esistono anche grandi entità internazionali che si impegnano per migliorare le condizioni delle donne afghane. Tra queste, l’UNICEF, Emergency e il Comitato Internazionale della Croce Rossa, svolgono un ruolo fondamentale nel fornire assistenza umanitaria, servizi medici e supporto psicologico alle donne e alle loro famiglie in Afghanistan e nelle regioni circostanti.

Nonostante le sfide persistenti e le difficoltà incontrate, c’è una luce di speranza nel lavoro di queste organizzazioni e nel sostegno della comunità internazionale. Attraverso l’impegno continuo e la solidarietà globale, possiamo contribuire a creare un futuro più luminoso e più giusto per le donne afghane, offrendo loro la dignità, la libertà e le opportunità che meritano.

Chiara Libro, Nicolò Petrontino – 5^E, Primaria IC. “Mazzini-Modugno”

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