Viviamo in un’epoca disorientata, sospesa tra iperconnessione e solitudine, progresso tecnologico e degrado morale. Una domanda sorge spontanea: abbiamo perso la fede? Non solo quella religiosa, ma anche quella laica, quella fiducia nei principi universali che hanno guidato il progresso dell’umanità.
La fede è un concetto che trascende le religioni. È un’energia vitale, un moto dell’animo che ci spinge a credere in qualcosa di più grande di noi stessi: Dio, la verità, la giustizia, il bene comune. Ma oggi, questa energia sembra scemata, sostituita da un vuoto confuso, riempito solo da soddisfazioni immediate e narcisistiche.
Per secoli, la religione ha fornito risposte alle grandi domande: chi siamo, perché siamo qui, dove stiamo andando. Oggi, queste domande sono archiviate come un fastidio intellettuale. Nel migliore dei casi, le religioni sono viste come strutture culturali obsolete; nel peggiore, come un pericolo da eliminare.
Tuttavia, non possiamo ignorare che la spiritualità – intesa come un bisogno umano di senso – è ancora viva. Semplicemente, molti non sanno più dove cercarla. In un mondo dove tutto è opinabile, anche Dio è diventato un’opzione fra tante, un brand fra altri.
Ma il vero shock è la morte della fede laica. Cosa significa? È la fiducia nelle istituzioni, nella scienza, nella solidarietà, nella giustizia. È credere che il bene collettivo sia un valore supremo, degno di sacrificio.
Oggi, questa fede è evaporata. La politica è percepita come un teatrino, la scienza come un gioco di lobby, le istituzioni come ingranaggi di un sistema iniquo. La collettività è ridotta a un mosaico di interessi personali, dove il “noi” cede irrimediabilmente il passo al “me”.
Non sorprende, quindi, che il relativismo sia diventato la religione del XXI secolo. Non esiste più un terreno comune su cui incontrarsi: ogni opinione è sacra, ogni verità è parziale, ogni valore è negoziabile. Questo relativismo non è libertà: è anarchia del pensiero.
La mancanza di fede, religiosa o laica, lascia un vuoto che si manifesta in mille modi: nell’apatia sociale, nell’incremento di ansia e depressione, nel rifugio in ideologie estreme o in una spiritualità superficiale, fatta di “guru” online e frasi motivazionali.
La storia ci insegna che le grandi civiltà sono nate dalla capacità di credere, di immaginare un futuro migliore e di lottare per costruirlo. Oggi, sembra che il nostro unico obiettivo sia sopravvivere, possibilmente con il massimo comfort e il minimo sforzo.
Ripartire non è semplice, ma possibile. Non si tratta di imporre una religiosità dogmatica né di resuscitare un’ideologia laica monolitica. Si tratta, invece, di riscoprire ciò che ci unisce.
Forse il primo passo è il rispetto. Rispetto per ciò che trascende il nostro egoismo, che sia un Dio, un ideale, o semplicemente la dignità umana. Dobbiamo tornare a costruire bussole morali, collettive e personali, che ci guidino nel caos.
La fede, in tutte le sue forme, non è una debolezza: è la spina dorsale dell’umanità. Senza di essa, siamo solo foglie in balia del vento, incapaci di radicarci nel terreno della nostra storia o di slanciarci verso il futuro. Forse, è giunto il momento di fermarci e riflettere su chi siamo e cosa vogliamo diventare. Non per ritrovare certezze, ma per non perdere completamente noi stessi.
Ma l’esempio più eclatante è la scuola. Una testimonianza ovvia per i nostri tempi, moralmente scadente però. I ragazzi di oggi, la bella gioventù di domani, sono l’asse frammentato da ignoranza a sudditanza di un sistema iniquo e selvaggio. Uno studente si prende il lusso di gareggiare con l’acume di un giustizialista nei confronti della scuola appoggiato dal nuovo corso della famiglia. Guai a riprendere un alunno , si scatena la dialettica dell’ego, figli di una strutturata, di una società maleodorante. Eppure la scuola era la “dorsale” del futuro. Certo ci sono studenti e studenti, certo ci sono professori e professori, a ma ci sono stati molti “artisti ignoranti” della politica italiana che anziché rafforzare il concetto scuola famiglia società , hanno creato una tribù tribale piena di contraddizioni e dunque la scuola si sostiene dalle forze di pochi che sono appunto vittime una un concetto tribale: la fallica modernizzazione della scuola.
Abbiamo perso la forza nella fede!
Franco Marella
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