L’ho amato. E ora porto addosso anche la sua colpa

 A modo mio di vedere ai “piedi” di una tempesta di dolore un lumicino resta acceso, una luce fioca ma resiliente, e mi sono sempre domandato chi è o cosa è quella lucina. Ho guardato tra le pagine di un libro della “vita” e credo di aver capito, provo …è solo un mio contributo niente di più, ma ci provo.

“””” Mio figlio ha ucciso. Lo dico così, senza girarci intorno. Perché non ci si può girare intorno a una cosa del genere. Non c’è frase che possa alleggerire. Non c’è “ma” che tenga. Ha ucciso. E io sono ancora sua madre.
Lo so cosa ha fatto. So come. So quando. So cosa hanno provato quelli dall’altra parte, quelli che oggi portano il lutto, la rabbia, la condanna nel cuore. Eppure, io lo amo. E continuerò ad amarlo. Anche se ha fatto qualcosa di imperdonabile.

Non chiedetemi di vergognarmi di questo amore. È l’unica cosa vera che mi è rimasta da quando la sua vita si è spezzata, insieme a quella di chi non c’è più. Io non sono cieca. Non sono stupida.
So che non tornerà indietro il tempo. Ma neanche voi potete sapere cosa vuol dire continuare a respirare accanto a qualcuno che ha tolto il respiro a un altro.
Ci guardano come complici. Ci trattano come se amarlo fosse una colpa, un tradimento morale verso la vittima, verso i suoi genitori, verso i suoi amici. Ma non ci vedono quando torniamo da colloquio con la gola chiusa e le mani vuote. Non ci vedono quando abbracciamo un colpevole senza sapere più chi abbiamo davanti: un carnefice? Un figlio? Un errore che cammina?
Sì, lui ha sbagliato.
Sì, sta pagando il suo debito con la giustizia.
Ma io? Noi? Noi chi siamo?
Siamo le vittime che la giustizia non nomina mai: le vittime d’amore, quelle che non hanno perso un corpo, ma hanno perso l’innocenza, la fiducia, il diritto a dire “lui è mio”.
Non chiedetemi di piangere per la parte sbagliata. Non chiedetemi di smettere di amarlo solo perché è colpevole. Perché non ho scelto di amare un assassino. Ho amato una persona, prima che compisse quell’abominio.
E oggi non chiedo perdono. Non faccio gesti simbolici. Non mi inginocchio davanti alla morale comune. Perché io lo so cosa ha fatto. So anche che lo farà ogni giorno, dentro di sé, per il resto della vita.
Non per la legge. Per lui. E io resterò lì, in quel bordo scomodo, dove non sei né giustificabile né condannabile. Solo umana.
Non posso restituire la vita che è stata tolta. Non posso alleggerire il peso che portano ogni giorno quelli che amavano la vittima. Io non ho perso un corpo, ma ho perso la certezza di non essere parte del dolore altrui.
E non c’è giorno in cui io non mi chieda: “Dove ero, mentre qualcosa in lui andava in frantumi?”
Forse è una domanda senza risposta. Forse è troppo comodo, come dite voi, dire: “non sapevo”. Forse dovevo sapere. O almeno sentire. E non ho sentito niente.
E allora oggi ti faccio una promessa. Non a lui. A te. A voi, che portate il lutto. A me, che devo imparare a vivere con la consapevolezza che non ho fermato il male. E avrei voluto. Dovevo.
Ti prometto che farò tutto quello che posso per capire. Capire come si arriva fin lì. Capire perché non ho visto, perché l’amore non è bastato, perché chi ama può diventare cieco, complice, muto.
E poi ti prometto un’altra cosa. Che cercherò di tenere il dolore vivo, senza negarlo, perché se si spegne, se mi convinco che tutto è finito con la condanna, allora sì, sarei colpevole davvero. Allora sì, lo avrei usato, quell’amore, come alibi.
Voglio diventare una persona diversa. Voglio essere la testimone fedele di ciò che è andato storto, quella che non scappa più, che non chiude gli occhi, che non perdona per comodità, ma perché crede che il dolore vada attraversato, non cancellato.
Se avrò una voce, la userò.
Se avrò tempo, lo spenderò per ricucire ciò che è stato strappato. Forse non basterà. Ma è il mio debito. Non con lui. Con la vita. Con la giustizia vera. Con quell’altro mondo in cui, se esiste, le vittime vengono ascoltate fino in fondo, e gli amori imperfetti imparano a tacere e a camminare.

Lo amo ancora.
Ma non chiederò al mondo di capirlo. Chiedo solo a me stessa di non smettere di sentire la responsabilità perché è l’unica cosa, ormai, che mi tiene umana.

Ti amo, ti odio, ti vorrei morto, ti vorrei schiacciare, ti vorrei lontano dalla mia vita, lontano dai miei ricordi, dalle mie lacrime…..il tuo male è imperdonabile, BASTARDO, ma ho fatto una promessa: sono tua madre!

Eri come l’Oro adesso sei come Loro.

Franco Marella

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