È una forma di ‘immigrazione commerciale’ quella che promuoviamo annoverandola nel settore economico del Turismo.
Essa produce un’invasione di civiltà aliene che, pur facendo introitare capitali utili all’economia locale, accosta e talvolta mette in contrapposizione culture molto diverse.
In questi giorni è apparsa sui social la cronaca di una scena, avvenuta nel nostro territorio, dove una di tre ragazze incrociate per strada, dai tratti somatici nordici e dalla bellezza folgorante, si è prodotta in una esclamazione gutturale che lasciava presumere avesse ingerito una buona quantità di bevanda gassata.
Per non indulgere nella parafrasi, si è trattato del classico rutto, proclamato con un livello sonoro di tale intensità e propagazione spaziale da inquietare diversi passanti. Ci si interroga sulla creanza di tale gesto e sulla rispettabilità di persone apparentemente distinte, come possono sembrare tre belle ragazze.
Detenere quel ruolo, insito nel genere femminile, è popolarmente sinonimo di discrezione austera, per tradizione invalsa alle nostre latitudini.
Pur condividendo noi lo stesso incarnato caucasico di quelle signorine, le differenze socio-culturali, che frammentano l’etnia europoide e che connotano i rispettivi canoni di civismo, non favoriscono uniformità di contegno tra le rispettive nazioni, nonostante viviamo in un acclamato globalismo e che possiamo considerare esigua la distanza geografica che separa il nostro Paese da quelli nordeuropei, in epoca di voli internazionali.
La bellezza e il senso dell’opportunità sono concetti culturali antropologicamente difformi tra le diverse popolazioni che abitano questo Sasso terracqueo, lanciato con un gesto divinamente scorbutico nel Cosmo.
Non per condiscendenza, ma per concederci uno slancio universalista, potremmo filtrare quei valori attraverso i modelli comportamentali che sono riconosciuti nelle specifiche civiltà.
L’uguaglianza dei canoni estetici riguardanti le ragazze, tra le due nazioni, come è stata riportata dagli uditori di cotanta produzione sonora, nella coincidenza dei rispettivi concetti di ‘bellezza’, non garantisce la stessa conformità pure delle rispettive modalità comportamentali. Noi associamo la grazia di una pelle giovanile e di tratti somatici delicati a un atteggiamento riservato e pudico. Altre popolazioni, come abbiamo visto, non lo fanno. Per loro, potrebbe essere, invece, più rilevante mostrare l’apprezzamento gastronomico attraverso quella spontanea, seppur rude, espressione gastrica.
Cambia la normativa sociale di riferimento.
Sforziamoci di comprendere anche le altrui motivazioni, le quali provengono dalle culture più primitive e autentiche.
Per noi italiani, dal ventesimo secolo in poi, la buona educazione consiste nel “non farsi sentire” dal prossimo per non interferire con i suoi pensieri, non disturbarne le emozioni e non abusare delle sue sensazioni con le nostre.
È una delicatezza tipicamente italica, poco invalsa altrove, compresi gli stati limitrofi.
In alcuni altri Stati, infatti, non è considerato volgare quel rumore risalente dallo stomaco. Quindi, esso non esula dalle norme di opportunità e di bellezza!
Un atteggiamento non è necessariamente più consono dell’altro. Pensiamoci un attimo: a cosa ci sta portando la nostra propensione a ‘fare gli schizzinosi’? Sicuramente non favorisce la propagazione della specie, in termini fattuali e funzionali, entro i nostri confini, distanziando le persone invece di avvicinarle. È un bel risultato?
Interrogarsi sulla qualità dei rispettivi canoni di ‘bellezza’, connotata nel senso più generico del termine, può servire a valutare la loro significatività e modernità.
In fondo, la bellezza cos’è? È un simbolo di ottimalità, tratteggiato dai segni parametrici distintivi di un modello riconosciuto efficace.
Carlo Zeuli
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