Va tutto bene. Ok?

Accettiamo stentatamente che, rinunciando alla nostra lingua, invece di pronunciare “va bene”, ormai sia invalso, sempre più, replicare con: OK.

Qual è l’origine di questa sostituzione lessicale?

Essa fa parte della contaminazione anglofona che, da diversi lustri e sempre più frequentemente, inquina una lingua che non avrebbe bisogno di implementazioni, ma che le accetta per l’istintiva ospitalità del suo popolo verso il forestiero. Una xenofilia fisiologica, che potrebbe sfociare in quella patologica laddove si concentri sul nuovo, dimenticando le proprie origini.

 

Ciò che, però, risulta veramente insopportabile è che la gente, ormai, non si accontenti più neppure di dire: Ok. Sempre più spesso replica con: OkOk ! Accade soprattutto tra i giovani della cosiddetta ‘Generazione Z’, quella nativa digitale.

È una risposta che può apparire strafottente all’interlocutore, ritenuto incapace di capire il singolo lemma. Glielo si deve ripetere due volte, affinché il meschino intenda pienamente!

 

A quante prossime iterazioni di quell’acronimo straniero, acquisito come italico neologismo, si dovrà pervenire prima di riuscire a comunicare un semplice stato di tranquillità, come conseguenza del proprio consenso o di ‘esistenza in vita’?

 

Infatti, ‘OK’ originariamente significava 0 (zero) Killed, cioè ‘Zero morti’, di recente memoria bellica.

Appunto, si diceva OK per significare che era andato ‘tutto bene’, perché non c’era stata alcuna vittima sul fronte di una battaglia durante la II Guerra mondiale.

 

Un’altra interpretazione etimologica, di provenienza statunitense, riferisce che OK significasse “Oll Korrect”.

Si dice che, nel 1830, in un quotidiano di Boston fosse in voga un’abbreviazione umoristica, assonante alla dizione grammaticalmente corretta “All correct” (tutto corretto), per indicare il classico “Visto si stampi” del caporedattore alla tipografia. Scherzosamente lo si sarebbe distorto nella versione errata “Oll Korrect”, da cui discenderebbe il famoso OK, qui in parola.

 

È improbabile che chi, oggi, concede al dialogo quel lemma lassista, pure nella sua forma duplicata, abbia riflettuto sulle possibili origini, qualunque sia quella autentica.

Tanto più, che quella ripetizione contrasta palesemente con l’iniziale esigenza di brevità sillabica, a cui s’indulgeva per velocità d’impiego.