L’ora della Sorellanza, atto unico scritto e diretto dal pubblicista Michele Diomede, appartiene al genere della Dark Comedy che, come sanno bene i lettori, abbina umorismo e comicità pura a temi seri, talvolta serissimi se non drammatici; il tutto per sconcertare, e spesso per scandalizzare il pubblico per indurlo a riflettere su argomenti ostici come la fragilità umana, lo scopo dell’esistenza, ecc.
Nella fattispecie, l’ora della Sorellanza propone la tematica ancestrale e mai risolta della parità di genere, ancora oggi argomento tabù per milioni di donne appartenenti al terzo e quarto mondo e ancora prive del fondamentale diritto alla libertà. Una libertà, beninteso, negata anche per una quota rilevante della popolazione femminile dell’Occidente supertecnologico e avanzato così come, purtroppo, denuncia il tragico fenomeno del femminicidio.
La pièce di Diomede racconta tutto ciò mettendo in scena e facendo interagire tra loro gli archetipi femminili, ossia quei modelli comportamentali universali che nei primi del Novecento, sul modello della mitologia greca, ha sapientemente elaborato in chiave moderna lo psichiatra e psicologo svizzero Carl Gustav Jung.
L’ora della Sorellanza ha un cast tutto al femminile con una trama e un intreccio che esulano da schemi consueti a partire (con grande sorpresa del pubblico all’apertura del sipario) dalla location dove si svolge la storia.
La commedia brillante non prevede parti scontate né ruoli minori, contemplando cinque protagoniste, ognuna espressione di un preciso identikit femminile, a partire da Antonella (Lia Deandri) simbolo della donna scaltra, pragmatica, portata allo scetticismo e al pragmatismo ma, nel suo intimo, portatrice di fragilità.
Altresì, assurge a simbolo archetipico l’operaia Gennarina (Francesca Caravella) che ha, dalla sua, la forza ancestrale della ‘semplicità che esige l’essenziale’ e si esprime con parole schiette e immediate che lasciano il segno.
Vi è l’aristocratica volitiva e tenace marchesa Luisa Mastelloni del Biscotto (Anna Rita Elia) che, all’irruenza caratteriale, abbina l’orgoglio della donna ferita dallo strapotere maschile. Ella rivendica la libertà e la fierezza del proprio lignaggio, non per vuota pompa, ma per senso della rivendicazione della dignità e dell’onore femminile.
Irrompe, poi, sulla scena Luciana (Simona De Santis), mero archetipo venusiano, femmina seducente, sbarazzina, incline alla vaghezza e all’indeterminato, sempre alla ricerca, a differenza delle altre ‘sorelle’, dell’unione e della complementarità con gli uomini.
Infine, Samira (Ester Latronico), scrittrice, intellettuale alla spasmodica ricerca di una formula che renda finalmente giustizia e dignità al suo genere.
L’ora della Sorellanza parla, insomma, di donne che parlano di donne e – in termini assai critici, data la loro condizione – discettano sul genere maschile di cui, tuttavia, auspicano il cambiamento e il ravvedimento.
Il confronto e il contrasto tra maschi e femmine, dunque, costituisce il fil rouge che attraversa l’intera vicenda.
Ma la sarcastica, velenosa invettiva delle Sorelle, non è propriamente rivolta all’uomo, in quanto tale, ma al maschio prevaricatore e violento incapace di comprendere che amare una donna significa anzitutto amare la sua libertà.
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