Martedì 3 febbraio l’Auditorium “Nino Rota” di Bari ha ospitato il concerto “Giorno della Memoria – Prendi un violino e suona”, organizzato dal Conservatorio Niccolò Piccinni in collaborazione con la Fondazione ILMC – Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria ETS, una manifestazione di forte valenza etica e civile, al fine di ricordare, attraverso la musica cosiddetta appunto “concentrazionaria”, le vittime della Shoah e di tutti i perseguitati nei campi di concentramento
Sicuramente apprezzabile, in questo senso, la costanza del nostro Conservatorio barese nel portare avanti con decisione da circa tre anni questo percorso di memoria, attraverso la costante ricerca e valorizzazione di tutte quelle composizioni nate ed eseguite nei campi di prigionia e concentramento durante il Novecento, spesso frutto di creatività avventurosa e disperata, annotate su fogli di giornali, pareti di vagoni ferroviari, abiti, rotoli di carta igienica. Si tratta di un lascito quasi “eroico” di musica vocale e corale, musica da camera per archi e fiati, jazz e lavori orchestrali, che grazie all’interesse della Fondazione ILMC, si sono salvate preservando, nonostante il passare dei decenni, il loro significato universale, metastorico e metafisico.
Alle spalle di tutto questo c’è lo straordinario lavoro organizzativo del pianista e arrangiatore barlettano Francesco Lotoro, presidente della suddetta Fondazione, che attraverso i suoi concerti in tutto il mondo, da oltre 30 anni è infaticabile esecutore, oltre che studioso e ricercatore, di questa importante produzione musicale del secolo scorso ancora fortemente vitale, una musica creata “in cattività e in condizioni assurde” ma che conserva peculiarità artistiche spesso raffinate e di grande qualità, finalmente libera di essere suonata ovunque, nelle sale concertistiche, negli auditori e nelle scuole. Difatti, solo il ritorno “alla vita” di queste composizioni permette a quegli sfortunati artisti, stroncati dalle barbarie, di essere ancora amati e ricordati dalla Storia.
La serata è stata indubbiamente impreziosita dall’esecuzione di brani prevalentemente inediti in prima esecuzione regionale e nazionale, una carrellata di ben undici partiture dall’organico variabile, dal duo pianistico al complesso orchestrale, tutti preceduti dalle preziose note storiche del Maestro Lotoro, anche esecutore in veste di pianista e organista.
Elemento centrale della serata il ritorno alla musica dello storico violino di Auschwitz, appartenuto al violinista polacco Jon Hillenbrand, deportato nei campi di sterminio e sopravvissuto alla prigionia, strumento dotato di un bellissimo colore timbrico suonato con indubbia maestria tecnica da Fabrizio Signorile in duo con il noto violoncellista Giovanni Astorino. Convincente la loro esecuzione del brano “Duo” in tre movimenti di Emile Goué, una partitura particolarmente degna di nota, una bella sorpresa cameristica basata su una intensa ricerca sonora dei due timbri strumentali, attraverso un dialogo talvolta rilassato (Trés Lent), talvolta teso (Trés Vis), comunque di notevole difficoltà esecutiva.
Al di là della forte carica emotiva di questo repertorio così carico di tragico vissuto esistenziale, colpisce di alcune partiture la bellezza dell’inventiva melodica. E’ il caso, ad esempio, dei due frammenti “Quando la nonnina racconta” e “Attesa”, tratti dal testo “La Favola di Natale” del giornalista e scrittore Giovannino Guareschi, il primo sereno, leggero, orecchiabile ma elegante nei temi, il secondo connotato da dolci armonie iniziali e affidato al canto del tenore Nico Sette, per l’occasione “voce di grazia” piacevolmente impegnato anche nell’Aria “Rose a Firenze”, di vago sapore operettistico, opera di Giuseppe Capostagno, e nel finale del concerto, con “Le Tre Croci” di Giuseppe Filippi.
Ugualmente simile varietà di atteggiamenti sentimentali si può ritrovare nella suadente e dolce Ninna Nanna di Giuseppe Morosini, destinata purtroppo ad un bambino mai nato, e nella struggente “On a Heym”, in lingua yiddish, di Anonimo di Sosnowiec, composizioni affidate entrambe alla voce intensa e piena del soprano Anna Maria Stella Pansini.
Apprezzabile anche la prova del baritono Angelo De Leonardis, per l’occasione anche voce narrante, particolarmente espressivo e ispirato nei brani a lui affidati, la dolce melodia di “Ninna” e il vivace e ritmico tango “Iolite” di Amleto Greco, come anche i due canti “Deus cuius Hodierna Die” e “Ex ore infantium” di Piero Feletti, per voce e organo, con testi sacri tratti dalla Liturgia in lingua latina e dal Salmo 8.
Nel corso della serata non sono mancate partiture di scrittura più complessa e di maggiore arditezza armonica e tonale: è il caso del “Andante” e “The Cats” per orchestra d’archi di Peter Gellhorn, in cui si è potuta apprezzare la buona qualità sonora dell’Ensemble del Conservatorio barese, una interpretazione ricca di verve, grazie anche alla direzione di Paolo Candido, una conduzione chiara e attenta a i giochi dinamici e ai fraseggi ricchi di accenti e respiri melodici dei due brani, fra l’altro ideati in partitura senza contrabbasso, verosimilmente per la non disponibilità dello strumento nel campo di prigionia all’epoca delle composizioni.
Citiamo anche gli altri bravi esecutori, i pianisti Christian De Martino, Giulio Mareschi e, non ultimo, il ballerino Alessandro Fanizza, trascinante esecutore di tiptap nel brano di Dick Kattemburg “Tip Dance”.
FRANCESCO SCODITTI
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