Lo stilema del munifico scrittore, che operò durante il tardo Rinascimento inglese, vivendo a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, consiste nel saper rappresentare le ambivalenze del genere umano e le sue miserie.
Al teatro Bravo di Bari, in via Privata Stoppelli 18, il 19/02/2026 è andata in scena la prima rappresentazione dal titolo: “Dallo scrigno di Shakespeare”, che stralcia un sunto rappresentativo di quattro tragedie, scritte dal celebre autore alla fine del ‘500.
Le repliche saranno inscenate nell’estate ventura, fra i castelli, centri storici e gli anfiteatri, non solo pugliesi.
L’ideazione, gli adattamenti e la regia sono del pluri-collaudato mattatore Alfredo Vasco, la cui cifra stilistica è quella di offrire al pubblico riduzioni teatrali con un forte contenuto emotivo e una morale di consistente pregnanza.
La Compagnia: ‘A Sud del Racconto’ consta di Antonella Radicci, per l’organizzazione e le pubbliche relazioni, e Alfredo Vasco, direttore artistico.
I sentimenti contrapposti degli imperituri personaggi, di 4 delle tante opere prodotte dall’autore, sono tormentati dalle incertezze, come è il dubbio tra l’azione e l’inazione di Amleto, assillato dal conflitto insorto tra la bramosia di vendetta e la paura delle conseguenze. ‘Fare o non fare’. ‘Essere o non essere’ sono i limiti del proverbiale dubbio amletico.
Raggiunto fuori dal teatro, Alfredo Vasco rivela che all’orizzonte c’è un RE LEAR, programmato fra due anni, ritenendo di avere ormai l’età giusta e l’esperienza di vita adeguata per affrontarne la regia.
Avvincente è la vicenda di Amleto che, su ispirazione del fantasma del padre, ne vendica l’uccisione avvenuta da parte dello zio, il quale rubò la vita, la moglie e il trono del padre.
È stato l’ultimo stralcio, in quest’ultima ‘incursione di Alfredo Vasco’, in ordine cronologico di presentazione – recitato in assolo, nel finale – emulo del suo maestro Giorgio Albertazzi con il quale debuttò, come attore, al Teatro Greco di Taormina con il ‘RE LEAR’ e con lo stesso Albertazzi in qualità di protagonista.
Amleto incastrerà il colpevole simulando una rappresentazione teatrale e conferendo così una versione meta-drammatica alla tragedia.
Qui si anima il ‘rapporto padre-figlio’, che fu ispirato dalla triste perdita di Hamnet, morto all’età di 11 anni (nome assonante ad Hamlet), figlio del drammaturgo inglese.
La scena termina con la frase del personaggio principale: “Se al Re non piacque il dramma, avrà il suo buon motivo”, dimostrando l’autoaccusa dello zio nell’omicidio del fratello.
In Romeo e Giulietta la dualità spazia nell’antagonismo dell’amore dei due giovani con l’ostilità e l’intolleranza delle rispettive famiglie dei Montecchi e dei Capuleti. Le comunicazioni, tra i soggetti interessati, sono peggiorate dall’impulsività e dagli equivoci che insorgono.
È tutta qui la modernità dell’autore, che dipinge quadri che non sbiadiscono con il cambiare del mondo nel tempo, sempre uguale nelle sue meschinità bellicose.
Gli attori: Gabriele Deastis (Romeo); Maria Pia Cazzato (Giulietta).
Nel Macbeth il cruccio è tra l’ambizione, l’arrivismo e il suo eccesso, il coraggio e la paura delle conseguenze che fanno cadere “dalle stelle alle stalle” quando si vuole troppo, come recita l’adagio.
Una soluzione accattivante è data dalle tre figure evanescenti che, nella brughiera nebbiosa, ripetono: “Bello è brutto. Brutto è bello”. Prima di svanire, hanno il compito di sconvolgere le certezze del personaggio presentando le due facce della stessa medaglia: l’ambizione sfrenata, che può portare alla disfatta, e la perdita di tutto. Qui c’è un forte precetto etico e filosofico, presente in molte vicende umane.
Lady Macbeth incarna la proiezione della coscienza del marito, dilaniato tra il Bene e il Male, dal rimorso e, di converso, dalla soddisfazione di aver attentato alla vita del Re per scalarne il prestigio e il ruolo. In lui non trovano soluzione di continuità i sentimenti di frustrazione e di compiacimento, rappresentati dal sangue della vittima, che assume la qualità del profumo dell’appagamento e contemporaneamente quello della puzza del rimorso.
Gli attori: Michele Santomassimo (MACBETH); LADY MACBETH (Antonella Radicci); Re Duncan (Alfredo Vasco).
L’Otello. La sua modernità è nella narrazione di un femminicidio, tristemente attuale. È descritto il sacrificio, per gelosia, dell’oggetto del proprio amore coniugale – considerato di proprietà – anche sopprimibile in caso di tradimento, come viene paventato erroneamente da un invidioso e rancoroso Yago, memore di una passata rivalità in amore con Otello. Quest’ultimo trae la sua insicurezza dal colore del suo incarnato scuro.
Il vile consigliere, falso amico, con allusioni sibilline riesce a insinuare il dubbio fatale in Otello, che è disposto a eternare il suo amore anche oltre la fine della moglie amata, Desdemona.
Dopo la prima recensione del regista, che raggiunge gli spettatori in platea, si è aperto il sipario su Romeo e Giulietta. I due rinnegano le origini, avverse alla loro passione, per coltivare un amore energizzante, che si vitalizza nell’atto stesso della sua profusione.
Gli attori: Michele Santomassimo (Otello); Luca Amoruso (Jago); Maria Chiara Bono (Desdemona).
Particolarmente coinvolgente, per gli spettatori, è stata la modalità introduttiva del regista a tutte le quattro scene, tratte da quelle tragedie, improntata alla dichiarata devozione verso l’autore britannico, definito il più grande della storia del teatro per la sua perenne contemporaneità.
La recitazione è moderna, pur con un lessico ambientato nell’epoca per l’uso di accenni linguistici arcaici e la mimica melodrammatica ed evocativa.
L’enfasi è scandita dai movimenti ampollosi e dall’oratoria magniloquente, per rispettare le origini autoriali.
Buona la Prima.
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