Rogoredo, da legittima difesa a omicidio volontario: il caso che interroga lo Stato e la sua catena di comando

Sotto inchiesta un poliziotto e altri agenti coinvolti nell’operazione. L’avvocato barese Antonio La Scala: “Chi infanga una divisa deve pagare di più, ma la legge è uguale per tutti”.

La vicenda dell’uccisione avvenuta a Rogoredo, inizialmente ricondotta nell’alveo della legittima difesa, sta assumendo contorni sempre più complessi sotto il profilo giudiziario. Le indagini della magistratura hanno infatti portato a una diversa qualificazione giuridica dei fatti, ipotizzando ora il reato di omicidio volontario a carico del poliziotto coinvolto — indicato come Cinturrino — e accendendo i riflettori anche su altri appartenenti alle forze dell’ordine che avrebbero partecipato, a vario titolo, all’azione oggetto di contestazione.

Un’evoluzione investigativa che segna un passaggio delicatissimo: dalla presunta reazione difensiva nell’esercizio delle funzioni istituzionali a una possibile responsabilità penale dolosa. Una linea di confine sottile, che nel diritto penale riguarda l’uso legittimo delle armi, l’eventuale eccesso colposo e, nei casi più gravi, la volontarietà dell’evento.

Proprio per comprendere le implicazioni giuridiche e istituzionali della vicenda è stato interpellato l’avvocato Antonio La Scala, noto penalista barese, molto conosciuto anche negli ambienti delle forze dell’ordine e militari e presidente dell’associazione nazionale Gens Nova, impegnata nella tutela delle persone fragili.

La Scala ha espresso una posizione netta sul piano etico:

«Chi infanga una divisa deve pagare di più. Chi si macchia di infedeltà verso lo Stato non è una persona degna».

Parole dure, che evidenziano una concezione rigorosa del rapporto tra funzione pubblica e responsabilità individuale. Tuttavia il penalista ha sottolineato con altrettanta fermezza un principio fondamentale dello Stato di diritto:

«Se quanto si legge sui giornali troverà conferma e la magistratura deciderà per un rinvio a giudizio, quel poliziotto avrà comunque diritto a un processo equo. La legge è uguale per tutti».

Un richiamo al garantismo costituzionale che, secondo La Scala, deve valere sempre, anche nei casi più mediaticamente esposti.

L’avvocato ha poi stigmatizzato due aspetti che, a suo avviso, rappresentano criticità ricorrenti nel dibattito pubblico. Il primo riguarda il rischio di una condanna sociale preventiva nei confronti degli operatori di polizia:

«Le forze dell’ordine, quando agiscono nell’esercizio del loro dovere, non devono subire lo stigma della condanna pubblica solo perché “sbirri”».

Il secondo concerne l’uso mediatico dell’informazione di garanzia:

«Un’informazione di garanzia non è una condanna. È un atto obbligatorio previsto dalla legge per garantire i diritti della difesa. Non può essere trasformato automaticamente in una presunzione di colpevolezza».

Ma la riflessione più delicata riguarda il piano organizzativo e la responsabilità della catena di comando. Alla luce delle notizie circolate negli ultimi giorni — secondo cui il poliziotto coinvolto sarebbe stato già noto per comportamenti discussi — emerge una domanda che lo stesso La Scala pone con chiarezza:

«Se queste informazioni fossero vere, ci si deve chiedere: si poteva evitare quanto è accaduto? Perché la catena di comando non lo ha messo nelle condizioni di non nuocere?».

Un interrogativo che apre scenari complessi, legati alla gestione interna degli apparati di sicurezza, alla valutazione del personale operativo e ai meccanismi di controllo gerarchico. Non accuse, ma — come lo stesso legale precisa — perplessità e dubbi legittimi che meritano approfondimento.

Sul piano umano e istituzionale, il caso Rogoredo resta una ferita aperta. Da un lato la necessità di accertare eventuali responsabilità individuali; dall’altro la tutela della credibilità delle forze dell’ordine, presidio essenziale della legalità democratica.

Perché, come ricordano gli operatori del diritto, la divisa rappresenta lo Stato. E proprio per questo — quando viene tradita — la risposta deve essere ancora più rigorosa. Ma sempre nel rispetto delle garanzie che costituiscono il fondamento della giustizia.

Una faccenda dolorosa: un morto ammazzato e la sua famiglia distrutta, un poliziotto in galera e una famiglia distrutta, altri poliziotti indagati e famiglie preoccupate, uno Stato “schiaffeggiato”, e tanti che fanno fare solo retorica anche questo è un dolore.

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