Psicologia delle folle o delle masse online

Il concetto di “folla” non indica solo un insieme di persone fisicamente presenti nello stesso luogo, in masse e cortei urlanti nelle piazze, ma può estendersi anche alle dinamiche online: pensiamo ad esempio ai fenomeni virali sui social, alle community digitali o agli effetti di massa nei commenti pubblici.
In sintesi, i social network funzionano come “piazze virtuali” dove le teorie classiche di Gustave Le Bon sulla psicologia delle folle si manifestano con velocità e intensità altresì amplificate a livello esponenziale.
La psicologia delle folle sui social media trasforma gli utenti in masse impulsive e suggestionabili, annullando spesso l’identità individuale in favore di una “mente collettiva” emotiva, rapida e spesso irrazionale. 
La psicologia delle folle sui social media studia come gli utenti online perdano parte della propria identità individuale, conformandosi a emozioni e comportamenti collettivi del tipo: contagio emotivo, polarizzazione, “effetto gregge”. 
I social amplificano le dinamiche descritte da Gustave Le Bon (1895), dove anonimato, ripetizione e leader carismatici (influencer) plasmano l’opinione pubblica, spesso guidati da impulsi irrazionali, rabbia o entusiasmo virale. 
Le dinamiche online amplificano rabbia, entusiasmo e conformismo, facilitando la diffusione di fakes, virali la formazione di polarizzazioni, guidate da algoritmi e leader d’opinione.  Esaminiamo quali sono i punti chiave e le dinamiche principali della psicologia delle folle digitali:
1. Identità Collettiva e Deindividuazione: Sui social, l’individuo perde il senso di responsabilità personale, sentendosi parte di un gruppo più grande, il che porta a comportamenti più estremi di quanto farebbe da solo.
2. Contagio Emotivo e Irrazionalità: Emozioni come rabbia, paura o euforia si diffondono rapidamente, spesso senza verifica dei fatti, rendendo la massa facilmente manipolabile.Le emozioni si diffondono rapidamente anche solo.tramite “like” e condivisioni. 
3. Polarizzazione e “Camera dell’Eco”:Gli algoritmi tendono a mostrare contenuti simili a quelli già visti, rinforzando le opinioni preesistenti e creando bolle informative in cui il dissenso viene ignorato o attaccato.Gli algoritmi favoriscono la creazione di echo chambers (stanze dell’eco), polarizzando le opinioni e amplificando i conflitti tra “noi” e “loro”.
4  Anonimato e Leoni da Tastiera: La percezione di anonimato o distanza fisica diminuisce l’inibizione, facilitando atti di cyberbullismo, odio online (hate speech) e linciaggi digitali.La distanza fisica e l’identità spesso schermata riducono la responsabilità personale, facilitando comportamenti aggressivi o non etici (es. cyberbullismo, shitstorm).
5. Dipendenza da Ricompensa: Il meccanismo dei “like” e dei commenti positivi attiva aree cerebrali legate alla ricompensa, simile alla dipendenza, spingendo a comportamenti che cercano approvazione di massa. 
6. Ruolo dei Leadership Digitale: (Influencer): Come descritto da Le Bon, la folla ha bisogno di guide, sui social, influencer, politici o opinion leader plasmano l’opinione di massa tramite slogan semplici, ripetitivi e contenuti visivi potenti.
7. Iper-semplificazione: La complessità dei temi viene ridotta a meme, slogan, hashtag o brevi video, favorendo reazioni immediate e istintive piuttosto che il pensiero critico, compresa disinformazione e ideologia dolosa. Figure carismatiche, personaggi famosi, attori, cantanti, comici, influencer o opinion leader agiscono come testimonial interessati e possono indirizzare facilmente l’umore e le azioni della folla digitale attraverso messaggi semplici e ripetitivi.
8. Rischi e Manipolazione:I social media possono essere strumentalizzati per creare allarmi sociali, manipolare il consenso politico o deviare la rabbia pubblica verso bersagli specifici (“colpevole ideale”).
A differenza delle folle fisiche da quelle ottocentesche a quelle dei giorni nostri, la folla social è de-territorializzata: persone fisicamente anche molto distanti tra loro che però agiscono simultaneamente come una massa unita i cosiddetti trend globali. 
I trend globali (megatrend) che stanno ridefinendo il nostro futuro nel 2026 includono l’accelerazione dell’intelligenza artificiale, la transizione ecologica, i cambiamenti demografici e la crescente frammentazione geopolitica. Queste trasformazioni strutturali influenzano profondamente economia, società, tecnologia e ambiente, imponendo adattamenti a lungo termine per individui e aziende. 
Ecco i principali trend globali in atto:Intelligenza Artificiale e Automazione: L’IA generativa, la robotica avanzata e la digitalizzazione permeano ogni settore, automatizzando processi e cambiando il futuro del lavoro.Transizione Energetica e Clima: La lotta al cambiamento climatico guida la transizione verso la neutralità carbonica, ridefinendo gli investimenti industriali e la geopolitica dell’energia.Demografia e Società: Si assiste a un calo demografico in Europa e Cina, con invecchiamento della popolazione, che mette pressione sui sistemi sanitari e lavorativi.Geopolitica e Frammentazione:Il contesto geopolitico passa dalla cooperazione alla competizione, con la rivalità USA-Cina e nuove forme di conflitto (guerra ibrida, cyberspazio).Evoluzione dei Consumi:I consumatori si spostano verso l’individualismo, cercano esperienze personalizzate e soluzioni di salute/benessere, guidati dalla tecnologia nell’e-commerce e pagamenti cashless.
Questi megatrend sono forze di lungo periodo, distinte da mode passeggere, e offrono chiavi di lettura fondamentali per comprendere i cambiamenti strutturali del mondo attuale. 
La “piazza” virtuale, al contrario di quella reale è persistente e crea una memoria collettiva digitale, se, un tempo, per contrastare le idee di un monarca, di un dittatore o di qualsiasi altra figura, bisognava radunarsi in massa presso la sua reggia, oggi basta radunarsi sotto il suo profilo social e la testimonianza dura per sempre. 
Con la nascita dei nuovi social network le idee del sociologo francese Le Bon acquistano nuovamente forza e preponderanza e la definizione di folla da lui fornita sia applicabile anche ai social networLe Bon arriva ad affermare che , è solo nei romanzi che gli individui mantengono un carattere costante, al contrario nella vita reale che ma di certo non nella vita reale,in quanto caratteri apparentemente uguali, possono rivelarsi completamente differenti se inseriti in contesti diversi.
In una folla si crea, si forma una sua specifica anima collettiva che fa sentire, pensare e agire le persone in modo completamente differente da come penserebbero, agirebbero e opererebbero se prese singolarmente. 
Le folle sono guidate quasi esclusivamente dall’istinto mentre l’individuo possiede capacità tali da permettergli di dominarlo. .
A seconda dei diversi input, dalla forza degli impulsi che essa riceve dal leader e da gli impulsi che si autopropagano e autocontagiano, una folla non ragiona come individui isolati, ma gli individui si fondono in un organismo collettivo che può passare in brevissimo tempo, da slanci entusiastici, e atti di eroismo di più elevato livello morale, ad atti feroci e più crudeli passioni, mosso non dalla logica bensì dal contagio emotivo
La folla, infatti, pensa per immagini e l’evocazione di un’immagine singola ne evoca decine di altre che non hanno con la prima alcun nesso logico, attualmente ugualmente avviene nel mondo social. ..
L’immagine evocata dai leader all’interno di una folla è spesso esagerata ma, allo stesso tempo, semplice, in modo tale da essere velocemente assimilata alle masse, le quali vedono le cose nell’insieme e non conoscono vie di mezzo nei social avviene lo stesso con i post, real, feed, storie.
L’immagine tipica evocata dalla parola “folla” è quella di una massa informe di persone, secondo Le Bon, la singola personalità cosciente svanisce mentre i sentimenti e le idee di tutte le individualità si orientano in una stessa direzione. 
Si forma così un’anima collettiva, senza dubbio limitata nel tempo, ma che presenta caratteri ben precisi. Dunque, per un periodo limitato di tempo, perdiamo la nostra individualità cosciente ed entriamo nel dominio di una legge ben più grande di noi, che ci orienta e tende a farci assumere i modelli di pensiero e di comportamento propri del gruppo in cui siamo inseriti.
In questo contesto, la massa agisce attraverso il potere della ripetizione che fa sì che si generi il cosiddetto potere della condivisione nel quale l’individuo perde la propria individualità e acquisisce quella della folla.
Possiamo immaginare che se questo risultava già valido più di un secolo fa, oggi con l’ausilio dei moderni mezzi di informazione, dei nuovi mezzi di comunicazione, possa oggi influenzare in maniera spaventosa la volontà di decine di migliaia di individui annullando, di fatto, sul nascere il pensiero critico dell’uomo, non solo mettendone in dubbio quelle innate facoltà ma anche riducendo in briciole la sua capacità di analisi e di ragionamento.
130 anni fa con l’opera Psychologie des foules, Le Bon ci spiegava come le masse potessero essere guidate non dalla ragione, ma dall’emozione, dai tiranni ai didattori, ai social, la lezione è rimasta intatta: semplificare, ripetere, controllare. 
I social sono il mezzo ideatore trasmettere la genealogia della propaganda, dai totalitarismi alle nostre democrazie distratte, oggi più che mai la vera battaglia politica si gioca sulla non-partecipazione e sul controllo ideologico delle masse.
La massa, nella sua concezione, non pensa, ma reagisce; non valuta, ma assorbe; non discute, ma crede!.Joseph Goebbels, Ministro del Reich per la Propaganda dal 1933 al 1945, comprese con lucidità disarmante che il potere, per essere duraturo, non doveva solo esercitarsi, ma penetrare, educare, modellare le masse dall’interno. Egli fu il tecnico del consenso, il demiurgo del pensiero imposto come fede, trasferì le intuizioni di Le Bon in un apparato metodico, sistematico, definito nei celebri undici principi della propaganda individuati e isolati da Leonard W. Doob, psicologo e studioso della manipolazione, nel 1950, all’interno di una sua analisi pubblicata in Public Opinion and Propaganda: A Book of Readings. Tra i vari punti di Goebbels vale la pena citare il principio della semplificazione, secondo cui è necessario adottare una sola idea, un solo nemico, in grado di catalizzare tutto il disprezzo e la paura del popolo, che impone un linguaggio semplice, diretto, infantile, adatto a «quelle masse che sono come una folla di bambini incerti, incapaci di giudicare, pronte a credere a ciò che più le colpisce emotivamente», ovvero bisogna saper parlare adattando il linguaggio al meno intelligente degli ascoltatori; quello dell’orchestrazione, secondo cui pochi concetti devono essere ripetuti ossessivamente, sotto forme diverse ma convergenti, fino a diventare verità interiorizzate; infine, il principio dell’unanimità, che mira a generare l’impressione che tutti pensino allo stesso modo, rendendo impensabile, oltre che pericoloso, il dissenso. Le stesse identiche situazioni che ritroviamo in rete online sui motori di ricerca e sui social con i cookies, le echo cambers, le profilazuoni, spyder, ant, ecc
La propaganda, come  avviene oggi, anche nel recente referendum, non è un’arte della persuasione nel senso classico del termine: essa non vuole convincere il cittadino, ma sostituirsi al suo pensiero, cancellarlo nella radice stessa. Non si tratta di imporre una dottrina, ma di costruire una realtà simbolica in cui la menzogna, se ripetuta all’infinito, può diventare verità.
Nel “Mein Kampf”, Hitler dichiarava esplicitamente che “la propaganda non deve indagare la verità oggettiva, perché la massa non la comprende e non ne ha bisogno*, ma deve semplicemente comunicare ciò che serve al potere per consolidarsi.
La filosofa tedesca Hannah Arendt naturalizzata statunitense, scrive “Le origini del totalitarismo” una profonda analisi filosofica e politicanalizche esplora  il legame perverso tra isolamento individuale e dominio collettivo. 
Le masse, private di riferimenti morali, affettivi e razionali, diventano disponibili a credere all’inverosimile, accettano come realtà ogni costruzione fittizia, purché venga presentata con coerenza e potenza.Il totalitarismo, per Arendt è soprattutto illusione sistemica, menzogna istituzionalizzata, fantasia imposta come normalità. 
È l’abolizione dello spazio politico come luogo di confronto, in favore di un universo simbolico chiuso, dove ogni voce fuori dal coro viene percepita come minaccia all’ordine.
Il principio della propaganda efficace non è solo proprio delle dittature: esso agisce silenziosamente anche nei sistemi democratici corrotti, là dove l’informazione si piega alla spettacolarizzazione, dove la semplificazione diventa regola del discorso pubblico, dove la reiterazione di messaggi banali e di slogan costruisce verità paralizzanti. 
La propaganda non colpisce con violenza, ma a gradi; non schiaccia, ma addormenta; non costringe, ma persuade lentamente a non reagire.
Nelle nostre democrazie distratte e disaffezionate alla partecipazione, il pensiero critico muore non per censura diretta, ma per saturazione, per stanchezza, per abitudine al falso
Non nelle grandi dichiarazioni ideologiche muore la prassi democratica, ma nella quotidiana accettazione di ciò che è inverosimile, nella rinuncia al dubbio, nell’adesione acritica «al si dice». 
Ed è per questo che la storia, come disciplina e come coscienza, deve essere insegnata tutta, completa, seria e non di parte: perché educa alla complessità, abitua alla contraddizione, forma allo sguardo critico.
Dove la storia è bandita o snobbata, la propaganda diventa legge. Dove la memoria tutta, completa, seria e non di parte è viva, il potere ha un limite. Dove il passato viene interrogato, il futuro non è consegnato in ostaggio. Arendt lo sapeva e forse, in questo estratto aveva già spiegato tutto: «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più».
Buona riflessione 
Roberto Kudlicka 

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