Artemisia Alba è una pianta dai ‘poteri magici’ che ha la virtù di conferire un’estrema protezione: ha la capacità di favorire sogni lucidi. Le credenze popolari le attribuiscono il potere di allontanare le energie negative e gli spiriti maligni.
Queste caratteristiche corroboranti si addicono alla villa ottocentesca – confiscata al clan Lazzarotto, ubicata in C.so Umberto I al civico 57 di Santo Spirito di Bari – che porta il suo nome.
La struttura è stata rimodernata con intonaci moderni, stucchi di antica memoria e pregevoli fregi in tufo carparo. Essa ospita, al suo interno, un accogliente angolo bar, un ristorante e un B&B cogestito dai beneficiari del percorso di formazione ‘Artemisia Academy’, di durata annuale, finalizzato a fornire competenze HO.RE.CA sulla ristorazione agli ospiti (https://www.coopcaps.it/).
Al suo interno, insieme a una piscina scoperta e a un giardino florido, c’è uno spazio per accogliere anche un palco teatrale.
Il 5 agosto 2026 è andato in scena gratuitamente, in questo ambito, il monologo: ‘Albert, una vita relativa’ scritto, diretto e interpretato da Dino Parrotta: attore, regista e drammaturgo italiano, fondatore del Teatro dei Leggeri. È stato il secondo appuntamento della terza edizione di “Response Festival”, organizzato dal Teatro stabile delle Arti Medievali e offerto nel quadro del programma de ‘Le Due Bari’, promosso dal Comune di Bari – Assessorato alle Culture, con il sostegno del Ministero della Cultura – Direzione Generale Spettacolo.
Parrotta ha studiato alla Scuola Internazionale di Teatro Gestuale Circo a Vapore e ha approfondito la Commedia dell’Arte con maestri come Ferruccio Soleri all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Con la sua compagnia ha ideato spettacoli di forte impatto sociale e di narrazione interattiva, tra cui Come un gatto con gli stivali, il Cantastorie a pedali e il recente lavoro intitolato:
Albert, una vita relativa
Il tema, affrontato con acume e delicatezza, verte sulla problematica della detenzione carceraria.
Lo spettacolo è stato splendido. Ottima capacità interpretativa dell’attore unita alla portata di temi esistenziali profondi, veicolati alla platea con la leggerezza del vernacolo barese, della filosofia spicciola del popolino e con lo spessore dei sentimenti profondi di un padre verso il figlio, di un marito verso la moglie.
Non era facile accostare la realtà miserevole della detenzione all’acutezza dello scienziato Einstein, scelto come amico immaginario, di conforto, dapprima per alleviare il cruccio dell’allontanamento coatto dalla società e dalla famiglia e poi per dare un senso esistenziale all’interdizione dalla libertà e dai diritti civili.
Il significato del lavoro teatrale ricalca quello che ricerca il personaggio: vivere quella costrizione come un momento di riflessione sul mondo esterno, senza le sue distrazioni, sul senso della libertà che conosci e che apprezzi di più quando la perdi.
La trama
L’unico personaggio in scena si concede un’evasione mentale attraverso l’immaginazione.
Egli riscopre sé stesso nonostante e attraverso la prigionia. Quando sembrerà che si sia ritrovato, perderà uno dei capisaldi affettivi più importanti.
L’opera porge al pubblico il dramma della tragedia nella tragedia. E’ un dialogo con sé stessi sincopato, evolutivo, comico e straziante.
L’esordio della rappresentazione verte sulla vita del malvivente, prima della condanna, che si trova introdotto in un ambiente malavitoso rivelatosi ‘il nido e l’artefice della sua carriera criminale’ al quale non ci si può sottrarre, si vi si nasce, dovendo sopravvivere.
La forma narrativa scelta, in pochi secondi, ‘filma’ come in una moviola la mimica simbolica degli episodi eclatanti, gli atteggiamenti e le azioni banditesche di Alberto (quasi omonimo dello scienziato tedesco), che culminano nel suo arresto e nella conseguente carcerazione.
Il monologo riproduce l’interlocuzione immaginaria del recluso con Albert Eistein, consacrato a mentore e a maestro di vita.
Mentre il prigioniero plasma la propria filosofia di adattamento alla segregazione, l’attore che lo impersona ne comunica, ad alta voce, al pubblico le riflessioni maturate che, dichiaratamente, non sono solo dei ‘pensieri’, i quali inducono alla disperazione, ma sono delle ‘immaginazioni’ capaci di astrarlo dal contesto squallido della cella e di proiettare l’infelice in mondi immaginifici e vivifici.
Esse compongono una realtà virtuale, onirica. È così che riesce a rimediare alla depressione di quel soggiorno, di cui riesce anche a ravvisare i limiti istituzionali e finalistici.
La platea è gremita e non c’è alcun rumore che possa riportare lo spettatore fuori dalla cella in cui è stato proiettato da quelle meditazioni.
Il prigioniero, con naturalezza, si presenta al suo nuovo amico Albert Eistein cercando di intessere con lui una familiarità veicolata dalla quasi omonimia dei rispettivi nomi. In dialetto barese, infatti, il nome Alberto suona come la versione tedesca del nome del luminare, mancando notoriamente le finali di parola, nel vernacolo con il quale azzarda una personale digressione sulla Teoria della Relatività. In un tenero slancio, Alberto accosta le grandezze relativistiche di ‘massa’, ‘gravità’ e ‘curvatura dello spazio’ all’ambiente e ai materiali a sua disposizione. Per l’occasione, considera il peso del suo corpo come la ‘massa’ delle variabili delle equazioni matematiche. Sale sul suo giaciglio e osserva l’affossamento del lenzuolo, appoggiato sul letto sotto il suo peso, assimilandolo alla curvatura dello spazio dell’Universo. Ne deduce che la massa influenza le dimensioni astronomiche. È una metafora riduttiva e ingenua che riesce ad avvicinare le sue modeste conoscenze a un pensiero colto.
Esamina, sempre introspettivamente, le cause sociologiche che inducono, già dall’infanzia, le persone a delinquere sotto l’influenza dell’ambiente. Propone soluzioni, individuando una valvola di sfogo nello sport, soprattutto nel calcio, per alleviare la frustrazione maturata dalla fascia negletta della società. L’appartenenza a quella fascia di popolazione condiziona la condanna al crimine e al carcere per chi vi fa parte. Questo aspetto viene illuminato dal riflettore di una fine satira e osservato filosoficamente attraverso lo spioncino delle sbarre.
Il carcere
Questo presidio sociale ha dei limiti umanitari e redentivi. Parrotta ne individua parecchi.
Esiste una punizione – poco conosciuta, inflitta ai carcerati – rappresentata dai trasferimenti di sede. “Sono viaggi obbligatori in cui non si visitano i posti raggiunti. È come una crociera dove non si scende mai dalla nave!” Un paradosso che metaforicamente mette in luce le contraddizioni di questo istituto giudiziario.
“Il carcere svolge la funzione costituzionale della riabilitazione del reo?” Parrotta se lo chiede descrivendo la vita in prigione attraverso le esperienze che ha conosciuto mentre portava il suo messaggio nel penitenziario di Trani e in quello di Messina, dove è nato lo spunto per questo lavoro.
I carcerati non sanno come passare il tempo, loro nemico, e lo impiegano tormentando i nuovi arrivati, i ‘Novellini’, che vengono coinvolti in finte scene di lite tra detenuti per spaventarli sulle conseguenze. “È tutto un teatro!”, dice, comprese le dichiarazioni false, rese ai magistrati.
Più che ricondurre a una sana rettitudine, il carcere contiene un insieme di paradossi come quello di alcuni temuti capomafia che non hanno paura di ammazzare il prossimo, ma mostrano timore quando devono porgere la loro essenza, scevra della ‘veste del ruolo criminale’, come in occasioni in cui si propongono come attori, nel teatro portato nel carcere, mostrando addirittura paura di esibirsi!
La delinquenza è un paravento dietro il quale si nascondono le insicurezze personali di chi non conosce una forma esistenziale diversa dal delitto. Esso non li rende liberi, come non sono liberi i divi dello spettacolo che non escono di casa per non essere assaliti dai loro proseliti.
L’attore, rivolgendosi alla platea, incita gli spettatori a calarsi nel problema della mancanza della libertà, riflettendo ipoteticamente nel caso capitasse a ognuno di loro di sopportare, per un periodo della propria vita, quell’esistenza innaturale. Quella riflessione potrebbe indurre a una maggiore consapevolezza e, per il detenuto, potrebbe essere un supporto di riscatto, di riscoperta dei valori e dei sentimenti importanti, come quello verso i familiari, lasciati da soli oltre quelle mura.
Può essere un percorso evolutivo, sempre che il soggiorno obbligato non si traduca in un’immersione di ‘catechesi nell’università del crimine’.
Da qui, in poi, il dialogo è rivolto alla moglie di Alberto attraverso la stesura di una lettera amorevole e al figlio a cui dedica la costruzione di oggetti da regalargli, una volta libero di tornare in famiglia.
Si rammarica della cattiva legge dello Stato che penalizza suo figlio non consentendogli di arruolarsi in Marina e di svolgere una vita onesta, perché è erede delle colpe del padre, pur essendo innocente.
Su queste parole si libra l’indignazione verso il ‘carcere a vita’ a cui sono condannati i figli incolpevoli dei detenuti, già nei primi 18 mesi di vita, in cui respirano l’angoscia che aleggia in quei luoghi attraverso le loro madri. “Con quale colpa sono nati questi poveri figli?” è il grido di ribellione che si solleva da quell’immagine. Il suo intento è quello di proteggere i pre-giudicati, ovvero i bambini giudicati prima che possano delinquere, per ovvi limiti anagrafici. Sono condannati, a loro volta, a seguire il fil-rouge della violenza predestinata, brutale e illegale.
In una sorta di auto-riabilitazione Alberto si arroga il merito di perseguire la scrittura olografa, non possedendo una macchina da scrivere e lo fa intonando la parafrasi della canzone “L’anno che verrà”, di Lucio Dalla, trasformata in “Amore ti scrivo”, trasformata in versione carceraria per curvare la sua realtà su un modello più accettabile, traslando la curvatura poetica su quella dello Spazio-Tempo di Einstein, sempre testimone silente delle sue elucubrazioni.
La poesia sta anche negli accostamenti, giustificati vieppiù dal contesto coatto sofferto, delle esistenze, sua e del figlio, descritte come “rette parallele”, accennando alla geometria (una realtà inconfutabile a cui si aggrappa).
Le loro vite temporaneamente non possono incontrarsi ma, come prescritto nella geometria non euclidea, si ricongiungeranno all’infinito, ovvero in una vita che verrà oltre la morte civile del carcere.
Questa considerazione ha il potere di tranquillizzarlo. Ma, solo fino al prossimo colloquio (momento eclatante per i detenuti, a cui è concesso di guardare quello spioncino in senso inverso) in cui la moglie gli lacererà il cuore comunicandogli un lutto! È un momento di dolore estremo accentuato dalle aspettative maturate come riscatto dal fallimento della vita che lo ha risucchiato in quel vortice senza concedergli scelta.
Possiamo solo immaginare gli spiriti neri che aleggiano nella mente di un uomo, ancorché colpevole dei peggiori reati, che si trova a fronteggiare l’arrivo di quella notizia.
Auguriamo a tutti quegli infelici che loro riabilitazione sia più efficace di quella paventata in questa realistica drammatizzazione, durata circa un’ora e volata sull’affabulazione del valente attore. Che sia concesso a loro il sollievo dei giovamenti offerti dalla pianta dell’Artemisia, toccasana officinale con poteri superiori a quelli di un sistema giudiziario e detentivo alquanto imperfetto.
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