Il 4 Ottobre 2026 il Circolo Unione di Bari, all’interno del Teatro Petruzzelli, ha ospitato una rievocazione canora in omaggio a Domenico Modugno, cantata in forma lirica dal M.o Gianfranco Zuccarino, baritono.
Il Salone delle Muse ha accolto una platea quasi al completo conferendo un auspicio antomastico all’idea ispiratrice del Revival nel fulgore dei suoi stucchi, lampadari sontuosi, marmi pregiati, sotto l’egida dell’affresco soffittale originale – raffigurante “Le Muse”, protettrici delle Arti – dipinto da Raffaele Armenise ad inizio ‘900. Quest’ala del Petruzzelli si salvò, con i suoi preziosi contenuti, durante l’incendio del 27/10/1991 che arse il politeama.
Gianfranco Zuccarino è un cantante lirico, regista e produttore di eventi teatrali. Ha calcato palcoscenici tra i più prestigiosi, come il San Carlo di Napoli.
Una delle sue caratteristiche peculiari è quella della mirabile e disinvolta versatilità vocale con la quale spazia tra repertori squisitamente classici della canzone napoletana e quelli lirici dell’opera e dell’operetta, tra il jazz e la musica melodica d’autore.
Non si contano gli impegni autoriali, di conduzione e direzione artistica di spettacoli televisivi e teatrali, svolti durante la sua lunga carriera.
In questo impegno concertistico è stato affiancato dal M.o. pianista e direttore d’orchestra: Marco Amati che lo ha accompagnato, con intesa sinergica, al pianoforte.
L’intreccio narrativo, che ha legato le due performance, è stato abilmente e simpaticamente condotto da Franco Marra, empatico intrattenitore che ha funto da voce narrante e da filo conduttore rievocativo della vita musicale di Domenico Modugno, a cui era dedicata la serata, attraverso innumerevoli aneddoti.
L’atmosfera si è connotata subito di una familiarità avvolgente, a partire dal videoclip dell’esordio fino a quello finale, dedicati al protagonista commemorato che sono stati curati, sempre col sorriso, da Giorgia Zuccarino, la giovane figlia del cantante che si è prestata nel ruolo del tecnico audio-video.
L’interpretazione baritonale è stata fortemente caratterizzata da un timbro lirico possente e delicato, al tempo stesso, che ha tracciato il sincretismo ammaliante della cifra stilistica del maestro, la cui unione ha onorato il nome del Circolo. Questa personale declinazione sul pentagramma, mediante inflessioni regalate al colore vocale, non ha fatto rimpiangere la voce nasale, personalissima e incantevole di Modugno. Piuttosto, ne ha stimolato il ricordo, in termini comparativi, alternando la voce squisitamente di petto con quella di testa, di cui era un abile esecutore anche Modugno.
L’interpretazione di Zuccarino non si è limitata al ‘cambio di strumento vocale’, ma ha ripercorso estensioni analoghe alle originali, tipiche di Modugno, in termini di vocalismi eclettici alternando esplosioni di volume a fraseggi sussurrati, alterazioni di ritmo a sfumature che ne assottigliano la durezza, condite dalla tipica teatralità del cantante celebrato.
Il grande valore dello spettacolo, oltre a quello canoro, è stato quello di far ascoltare quelle canzoni in una chiave riflessiva suggerita – così, naturalmente – dal ritmo lirico agogico lievemente più lento e anche ampliato su diverse ottave della gamma armonica del cantante.
È bastata questa lievissima diluizione nel tempo per consentire al pubblico di fruire ancora di più del contenuto testuale, ricevendo un impulso poetico rinnovato sul piano umano. Se n’è ricavata una chiave di lettura che ha rimarcato il tenore nostalgico e affettivo dei testi commoventi del cantastorie imperituro, dal trillo caratteristico presente in canzoni epiche come Lu pisce spada, citata ma non cantata durante la serata.
L’effetto meditativo è stato così dirompente da richiedere ai presenti, talvolta, di rinunciare ad ascoltare le parole di un verso, fino in fondo, per concentrarsi sulla musica ed evitare di farsi coinvolgere dall’emozione suscitata da quel racconto struggente.
Il vigore dell’ugola in questione ha raggiunto ogni angolo dell’ampiezza della sala senza richiedere l’uso dell’amplificazione, lasciando il microfono alla sola voce narrante.
Il repertorio offerto ha riguardato cavalli di battaglia come Vecchio frack, dotato di una carica sentimentale poderosa nei confronti dell’amore perduto e di un rispetto compassionevole verso il suicidio dell’aristocratico, decaduto soprattutto negli affetti.
Opere di questo valore sono rare. Le ritroveremo dopo un decennio nel repertorio di Fabrizio De Andrè, con la Canzone di Marinella che riprese il vigore dell’amore fatale in un pallido scenario di luna e di stelle, uniche testimoni di un annegamento straziante.
Si sono susseguiti brani come Meraviglioso, malinconico seppur rassicurante, scartato da un Festival di Sanremo che cercava di riscattarsi dal lutto di Luigi Tenco, come ricorda l’ineffabile memoria di Franco Marra, la quale si è andata consolidando, durante il corso dello spettacolo, anche sul nome preciso del pianista Marco Amati.
La limpidezza dell’aura, profusa dagli artisti, è stata prodiga di suggestioni, tanto da immergere un pubblico assorto nel clima di 60 anni fa.
E, poi, si sono avvicendati brani indimenticabili come Piove (Ciao, ciao bambina), Strada ‘nfosa, Cosa sono le nuvole, La lontananza, Amara terra mia, Tu sì ‘na cosa grande, Resta cu’ mme (versione non censurata), Dio come ti amo, Nel blu dipinto di blu (Volare). Con questo brano Modugno sconvolse il consueto contegno ingessato, che si teneva sul palco di Sanremo, aggiungendo il famoso recitativo delle braccia aperte, considerato dissacrante all’epoca.
Questa canzone contiene un’antologia di ricordi del cantante con il paroliere Franco Migliacci. Quest’ultimo fu ispirato, nel testo, dai quadri: ‘La femme au coq rouge’ e ‘Gli amanti in blu’, di Marc Chagall, alla stessa immagine onirica rappresentata dal pittore. Sei mesi di rifacimenti e di litigi artistici, con il coautore Domenico Modugno, produssero la canzone iconica italiana più conosciuta al mondo.
La serata si è conclusa con il video storico ufficiale dell’ultima incisione di Domenico Modugno, prima della sua scomparsa, che duetta con il figlio Massimo nella canzone Delfini (Sai che c’è) con la quale ha lasciato il suo testamento spirituale.
L’intera serata ha lasciato degustare agli astanti il sapore della raffinatezza e della generosità che sono permeate dall’afflato dei tre artisti.
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