Nuovo appuntamento per la “Stagione d’Opera e di Balletto” della Fondazione Teatro Petruzzelli con Il trovatore di Giuseppe Verdi, per la regia di Davide Livermore. La prima dello spettacolo, allestimento scenico del Teatro Regio di Parma, è in programma domenica 18 ottobre alle 18.00 al Teatro Petruzzelli. Dirigerà l’Orchestra del Teatro il maestro Vincenzo Milletarì, maestro del Coro del Petruzzelli Alfonso Caiani. A firmare le scene Giò Forma, i costumi Anna Verde, il disegno luci Antonio Castro, i video D-Wok. Regista collaboratore Carlo Sciaccaluga.
Daranno vita all’opera: Amartuvshin Enkhbat (Il Conte di Luna 18, 21, 25, 27 ottobre), Serban Vasile (Il Conte di Luna 20, 23 ottobre), Liudmila Monastyrska (Leonora 18, 21, 25, 27 ottobre), Vittoria Yeo (Leonora 20, 23 ottobre), Silvia Beltrami (Azucena 18, 2, 25, 27 ottobre) Chiara Mogini (Azucena 20, 23 ottobre), Fabio Sartori (Manrico 18, 2, 25, 27 ottobre), Ivan Magrì (Manrico 20, 23 ottobre), Alessio Cacciamani (Ferrando), Francesca Cucuzza (Ines), Murat Can Guvem (Ruiz), Raffaele Pastore (Un messo), Pasquale Arcamone (Un vecchio zingaro).
La Conversazione sull’Opera dedicata a Il trovatore, a cura del critico musicale Alberto Mattioli, avrà luogo venerdì 16 ottobre alle 19.00, nel foyer del Teatro Petruzzelli.
IL TROVATORE – Sinossi
PARTE PRIMA | Il duello
Atrio nel palazzo dell’Aliaferia a Saragozza, residenza dei monarchi d’Aragona.
Ferrando, capitano delle guardie, è intento a raccontare agli astanti la storia di Garzia, figlio del vecchio Conte di Luna e fratello del loro attuale giovane Signore. Una mattina di molti anni prima, la nutrice trovò accanto alla culla del piccolo una zingara e subito la cacciò via. Ma poiché il bimbo si ammalò, la zingara venne accusata di maleficio e arsa sul rogo per volontà del padre, il vecchio Conte di Luna. Per vendicare la morte di sua madre, Azucena figlia della gitana, rapì il piccolo Garzia e qualche tempo dopo, vennero ritrovate sul luogo del supplizio le ossa ormai annerite di un neonato: la donna aveva arso il figlio del suo nemico. Il vecchio Conte, prima di morire, fece giurare al proprio figlio di non interrompere mai le ricerche del colpevole di un così terribile delitto.
Nei rigogliosi giardini del palazzo.
Leonora, dama di compagnia della Principessa d’Aragona, si confida con l’ancella Ines: si è innamorata di un cavaliere sconosciuto, senza insegne, incontrato ad un torneo. Una notte l’aveva sentito cantare e da allora ogni suo pensiero è per lui, nonostante la guerra civile li abbia purtroppo separati. Le dame si allontanano mentre giunge il Conte di Luna con l’intenzione di dichiararsi a Leonora della quale è perdutamente innamorato. Lo ferma però la voce di un trovatore: è Manrico, il valoroso cavaliere incognito, che canta per la sua dama. Leonora al suono della voce, torna sui suoi passi e ingannata dall’oscurità, si getta fra le braccia del Conte. Manrico si palesa subito per risolvere l’equivoco, ma il Conte vede in lui non solo un rivale in amore, ma anche un pericoloso avversario politico, poiché il cavaliere è seguace del ribelle Conte d’Urgel. I due iniziano subito a duellare, mentre Leonora per lo spavento cade a terra svenuta.
PARTE SECONDA | La gitana
Un campo di zingari sui monti della Biscaglia.
Azucena, già protagonista del racconto di Ferrando, intona una canzone che parla di una zingara cui è toccato l’amaro destino di ardere sul rogo. Accanto a lei giace convalescente il figlio Manrico, cui la gitana narra la sua tragedia: volendo vendicare l’ingiusta morte della madre ha per sbaglio scaraventato nelle fiamme il proprio figlio, invece di quello del Conte di Luna che aveva sottratto alla culla. Il Trovatore dubita dunque delle proprie origini, ma la madre lo rassicura: del suo affetto sono prova le cure che gli ha prodigato dopo che il Conte di Luna, assalendolo col suo drappello, l’ha lasciato moribondo sul campo di battaglia. Nel duello all’Aliaferia precedente lo scontro, Manrico stava invece per trafiggere il rivale, quando uno strano richiamo interiore lo aveva fermato. Giunge un messo che porta a Manrico l’ordine di accorrere in difesa della rocca di Castellor, appena conquistata. Il messo porta anche notizie di Leonora, che credendolo morto ha deciso di entrare in convento. Il giovane decide di partire immediatamente per dovere ma soprattutto per riconquistare il suo amore, vincendo le resistenze della madre.
Un chiostro vicino alla fortezza di Castellor.
Il Conte non intende rinunciare a Leonora e con un drappello di suoi uomini si appresta a rapirla mentre la fanciulla si avvia al monastero. Il piano però è sventato dall’arrivo del Trovatore seguito dal luogotenente Ruiz e dalle sue truppe, così mentre il Conte di Luna dà in escandescenze, un’incredula Leonora riabbraccia il suo amato cavaliere e si allontana con lui.
PARTE TERZA | Il figlio della zingara
Accampamento sotto le mura di Castellor.
Mentre le sue truppe sono accampate, il Conte pregusta il momento in cui potrà riconquistare non solo la rocca, tenuta dall’esercito ribelle di Manrico, ma anche Leonora di cui è innamorato. Un trambusto nelle truppe lo distoglie dai suoi pensieri: è stata catturata una gitana che vagava nei paraggi dell’accampamento. Si tratta di Azucena che sottoposta a tortura, rivela di essere lì per cercare suo figlio, il Trovatore; Ferrando inoltre riconosce in lei la zingara che tempo prima aveva rapito il fratello in fasce del Conte. Mandando subito a morte l’autrice di quell’ignobile delitto, il Conte avrà finalmente vendetta completa.
Sala adiacente alla cappella nella fortezza di Castellor.
Manrico impartisce a Ruiz le ultime disposizioni per la battaglia dell’indomani, poi si appresta a unirsi in matrimonio con Leonora prima che abbia luogo la battaglia decisiva; i due sono però interrotti da Ruiz che porta la grave notizia della cattura e della condanna al rogo di Azucena: Manrico si precipita per trarre in salvo sua madre.
PARTE QUARTA | Il supplizio
Un’ala del palazzo dell’Aliaferia con una torre d’angolo.
L’esercito di Manrico è stato sconfitto dalle truppe del Conte di Luna. Leonora è riuscita a fuggire da Castellor e a far perdere le sue tracce ma ora, introdotta da Ruiz, raggiunge la torre dove Manrico è prigioniero. La giovane ascolta la voce del Trovatore che proviene dalla torre, mentre un coro intona un greve «Miserere» per chi è in punto di morte. Pronta a tutto pur di salvare il suo innamorato, Leonora si offre al Conte, il quale ha già disposto la condanna al rogo per Azucena e la decapitazione per il Trovatore. Il Conte accetta incredulo la proposta di Leonora, mentre la fanciulla pur di non adempiere all’ignobile compito e rimanendo così fedele al suo Manrico, prende una dose letale di veleno nascosta nel suo anello.
Nella prigione.
Manrico attende il supplizio insieme ad Azucena, la quale rivive con terrore l’orrida fine di sua madre arsa dalle fiamme. Irrompe nella cella Leonora che porta con sé la grazia ottenuta dal Conte: l’annuncio manda su tutte le furie Manrico, che ingenerosamente rinfaccia all’amata l’ignobile accordo con il rivale in cambio della propria libertà. Il veleno però nel frattempo agisce e la fanciulla spira: Manrico intende così ogni cosa e si pente con amarezza della propria ingratitudine. Anche il Conte apprende dell’inganno di Leonora e una volta saputo della morte di lei, tuttavia sempre amata, manda immediatamente il Trovatore al patibolo. Poiché anche Azucena è ormai condannata a morire, può svelare il suo terribile segreto: Manrico è in realtà Garzia e dunque il Conte realizza di aver fatto appena giustiziare il suo fratello di sangue. La zingara ha così compiuto la sua vendetta.
CONVERSAZIONE CON DAVIDE LIVERMORE – di Angelo Foletto
Davide Livermore, ex-cantante, poi scenografo, costumista, coreografo, scrittore e sceneggiatore, attore e ballerino, insegnante e persino autore radio-televisivo. Dal 1998, regista di teatro di parola e di musica ma anche di cinema. Soprattutto artista di palcoscenico senza compromessi né peli sulla lingua, “impegnato” e “con la schiena dritta” – si scriveva una volta – dalla dialettica combattiva e polemica non facile da imbrigliare o da tenere concentrata su un solo obiettivo. Livermore crede e propugna la funzione pubblico-politica del teatro, l’obbligo di promozione sociale della cultura e il ruolo civile dei teatri (pubblici, s’intende) che determinano la qualità della vita di un territorio e della sua comunità. Ha debuttato come regista d’opera nel 2004 con Billy Budd di Benjamin Britten al Regio di Torino, la sua città natale. Al suo ricco stato di servizio verdiano iniziato nel 2011 con I vespri siciliani sempre a Torino, aggiunge Il trovatore firmato per la prima volta a Sydney.
Al di là dell’elenco dei titoli allestiti, com’è il suo rapporto con Verdi?
“Una storia lunga e bella. Iniziata da piccolo e in famiglia. Mi ricorda mio padre, il modo con cui spiegava le opere prima di ascoltarle insieme: l’atto era affettivo e cultural-educativo. Trasmetteva un senso profondo di comunità speciale, privilegiata”.
Verdi, autore popolare?
“Di più: è (stato) un compositore politico e le opere ne sono espressione. Musica e narrazioni verdiane cambiano la vita alle persone”.
In che senso?
“A prescindere – pare uno sproposito – dalla musica, tutto il suo essere artista è di una persona speciale che ha riflettuto in maniera etico-politica e profonda su temi importanti, che riguardano l’uomo”.
Quasi un apostolo?
“Per me è stato una vera guida spirituale. Mi ha insegnato come si può e si deve, provare a essere artisti oggi”.
Ma la musica…?
“Io l’ho cantato: posso dire di aver ‘vissuto’ veramente il suo modo di far musica prima di farlo da regista”.
Verdi innovatore o «torniamo all’antico»?
“Se fosse vivo scandalizzerebbe di nuovo i benpensanti. Dobbiamo restituirgli la personalità di musicista rivoluzionario, colto e internazionale, che la grossolana aneddotica risorgimentalista e la scadente demagogia nazional-contadina gli hanno sottratto”.
Perché è avvenuto?
“Il nostro piccolo mondo ha paura delle grandi stature artistiche, soprattutto se non restano storicamente nel loro secolo e ‘disturbano’ il nostro. Invece di sforzarsi a comprenderle si preferisce sminuirle, abbassarle al proprio livello”.
Quando avuto coscienza della gigantesca statura di Verdi?
“Nel momento stesso in cui lo fai, te ne rendi conto. Nella mia esperienza professionale il momento della rivelazione è coinciso con la messa in scena de I vespri siciliani nel 2011 al Regio di Torino.
Era lo spettacolo per il 150enario dell’Unità d’Italia. In scena la strage di Capaci, l’emiciclo parlamentare: pugni nello stomaco e grandi polemiche “Cercare i segni della tradizione in Verdi è un errore: una pigrizia di cui liberarci. Meglio evidenziare quelli della contemporaneità. Avevo ambientato la festa-orgia dei francesi nella sala del Parlamento: cronaca o provocazione?”
Il trovatore che spunti offre?
“Verdi ci chiede di fare i conti con la realtà, fino a toccare i lati oscuri dei sentimenti. Accade ne Il trovatore, come nelle due opere precedenti”.
Tre opere, tre protagonisti emarginati?
“Azucena è una gitana – «carattere strano e nuovo» e «non pazza» scriveva Verdi: diversa come Carmen. Il compositore ne difese senza tentennamenti drammatici lo stato irregolare. Scriveva che Violetta doveva essere «puttana» e custodì come requisito psicofisico non eludibile la deformità di Rigoletto; perfino di fronte ai dubbi dell’autore del dramma, Victor Hugo”.
Forse quelle situazioni ‘arrivavano’ più nell’Ottocento che oggi.
“Come allora, il mondo dei gitani oggi correttamente rom è un altrove, un paesaggio di anime non ordinarie, da cui possono venire delle storie che hanno dell’incredibile come questa”.
Irraccontabile, la trama: vero o una scusa per non leggerla bene?
“Salvadore Cammarano scrive, anzi riscrive, una storia operisticamente perfetta. Ci parla di un altrove intriso di “romanticismo” in tempi in cui – alla prima de La traviata alla Fenice furono retrodatati i costumi – non si mettevano in scena vicende coeve. Allo stesso tempo la trucida storia parla di noi: racconta di figli fuori dal matrimonio, di figli comperati o ceduti come avveniva nell’Ottocento. Al centro del Trovatore c’è un tema forte e sociale”.
Ma confezionato come un’opera tradizionale.
“Il meccanismo drammaturgico del Trovatore è meraviglioso; noi abbiamo il compito di raccontarlo. L’arte è di Verdi e Cammarano: il regista è solo un traduttore e un traghettatore – a Verdi serve, non a Puccini: le sue partiture sono già storyboard. Deve portare il pubblico dentro quella storia”.
Ne Il trovatore «l’arte di Verdi è tutta sovvertimento, deformazione, caricatura sublime» scrive Renato Barilli.
“Ci voleva del gran coraggio a immaginare e a portare in scena sentimenti così profondi, affidandoli a diversi. Se la si analizza in quest’ottica, la trilogia cosiddetta “romantica” è tutto tranne che romantica: è ideologica ed etica. Essa mette in campo delle questioni da coscienza sociale. Descrive sentimenti ‘inammissibili’ per lo status dei protagonisti: come l’amore di Violetta che non è borghese e rompe le apparenze o la carica di tensione emotiva e sociale (potere e sopraffazione) di Rigoletto”.
E nel Trovatore?
“Lo governa un sentimento: il dolore. Il dolore nello scoprire la verità.
Negata, ad esempio, alle donne che amano disperatamente Manrico e non si parlano mai: Leonora muore prima che Azucena si risvegli…
“Un momento straordinario: la verità non è concessa. Si muore nel dolore”.
Che problemi pone la tematica al regista?
“Chi la racconta si fa carico di una storia durissima, antica e lancinante, che prende allo stomaco.
Come metterla in scena?
“Il teatro di regia deve dare vita contemporanea alle opere del passato. Non inseguire i “famolo strano” o la provocazione di per sé.
Più facile realizzarlo in stagione o in un festival monografico?
“Cambia fare teatro al chiuso o sotto il cielo di Siracusa? Importa solo che le programmazioni non siano parchi a tema del repertorio ma laboratori aperti.
Il presente allestimento, al solito a firma plurima (scene Giò Forma, video D-Work, costumi Anna Verde, luci Antonio Castro), dove colloca la vicenda biscaglina di Antonio Garcia Gutierrez da cui è tratto Il trovatore?
“In uno spazio suburbano – ce ne sono tanti nel mondo, anche in Italia – dove si pratica la forza non l’accoglienza.
Nei bozzetti si vede un mondo senza tempo, quasi distopico, come nell’angosciante Macbeth scaligero.
“Se l’altrove dell’Ottocento era, anche letterariamente, facile da vedere nella ‘lontana’ Spagna medievale, il nostro è anonimo: riconoscibile dalla polvere che lo ingrigisce e cifra il senso di abbandono tipico delle periferie.
In scena, a parte l’evidente riferimento ‘emotivo’ e architettonico ai Palazzi Celesti di Anselm Kiefer l’impressione è di un territorio di guerra…
“Giusto: ci sono uomini armati che presidiano il territorio, controllando che i rappresentanti di una società ‘pericolosa’ non disturbino la vita dell’élite.
Nella quarta parte il palazzo dell’Aljaferia è un’immensa prigione, con i connotati esterni di famigerati campi-penitenziari di profughi e prigionieri politici contemporanei. Ma già all’inizio dell’opera l’inquadratura è urticante.
“Il racconto comincia sotto un cavalcavia: sullo sfondo palazzi lucidi di acciaio e cristallo dove vive l’altro mondo. Sotto, scarti di umanità e civiltà”.
Cimitero di auto, immondezzaio, copertoni bruciati: un omaggio ai “materiali” di Burri?
“L’artista aveva saputo elevare l’elemento di scarto ad arte e poesia: noi, più umilmente, usiamo l’elemento di rifiuto e materico come simbolo ‘fisico’ del degrado umano e ambientale”.
La periferia urbana prende qualche colore nella seconda Parte.
“Il gitano, oggi rom, è quella popolazione girovaga che noi associamo con naturalezza agli ambulanti. Del resto, circhi e luna park e roulotte vengono di solito montati nei suburbi, luoghi abbandonati dalle buone intenzioni”.
Il trovatore, si dice, è l’opera del fuoco…
“Il fuoco non è mimato né riprodotto ma è presente: espresso dal dolore che strazia e devasta – brucia dentro – i personaggi. In scena non vediamo l’atto del bruciare ma il risultato del fuoco”.
Per questo le ambientazioni paiono luoghi dove un incendio ha polverizzato anche i colori? Tutto sembra notte, altra tinta dominante dell’opera.
“Immaginiamo di camminare sulle ceneri delle anime dei protagonisti. Il teatro del nostro Trovatore nasce dall’oscurità: una sorta di equivalenza tecnologicamente attualizzata della pittura a pece dei fratelli Galliari”.
Addio fiamme e fumi, dunque?
“Dobbiamo pensare a una sorta di gigantesco madrigalismo visivo: pire, vampe e fiaccole sono affidate alla potenza evocativa del canto, alle immagini generate dalla musica”.
Come si possono orientare gli spettatori?
“C’è la musica. Si incarica di portarci e a rassicurarti dell’altrove in cui si svolge la storia del Trovatore. Lo spettacolo ha un tempo di narrazione che non è semplicemente orizzontale, diacronico: è quello dell’anima”.
C’entra di nuovo la centralità del dolore.
La partitura è pericolosa: perché è lei “il” luogo dell’anima. Ogni volta l’ascolto fa rivivere la tragedia e i traumi che i personaggi portano con sé”.
In palcoscenico ci sarà più visione analogica o digitale?
“Anche se domina un magnifico ledwall, al quale è affidata una straordinaria realtà fatta di profondità e di sensazioni visive non altrimenti realizzabili, le due dimensioni espressive e teatrale sono in continuo dialogo”.
In altre parole, si usa la tecnologica in modo ‘fisico’ e tele-cinematografico?
“È uno spettacolo forte fatto per l’occhio vivo. Ci auguriamo che chi entra in teatro rimanga turbato di fronte alle immagini/mondo che abbiamo creato”
Non si rischia di sovraccaricare di troppe sollecitazioni visive la musica?
“No. Ogni visione o gesto, dalla musica decolla: la regia è disegnata sulla partitura non sul libretto. Nasco e rimango musicista”.
Lo afferrerà a prima vista, il pubblico?
“Deve fare la propria parte per capire. Compito dello spettacolo è suscitare interesse e desiderio di partecipare a tale visione/interpretazione”.
Non teme la censura, anche preveniva, degli spettatori più tradizionalisti?
“Amo i tifosi dell’opera. Li benedico e ammiro per la passione. Spesso non siamo d’accordo ma chiedo loro di entrare “nello” spettacolo con la mente libera. Farsi rapire dalla componente visiva per ascoltare meglio, come nuova, la musica del Trovatore”.
I biglietti per la Conversazione sono in vendita Botteghino del Teatro Petruzzelli e su https://www.vivaticket.com/it/ticket/conversazioni-sull-opera-il-trovatore/318475
Il trovatore, melodramma in quattro parti su libretto di Salvadore Cammarano, tratto dal romanzo El trovador di Antonio García Gutiérrez del 1836, sarà in programma al Teatro Petruzzelli di Bari domenica 18 ottobre alle 20.30 (turno a), martedì 20 ottobre alle 20.30 (fuori abbonamento), mercoledì 21 ottobre alle 20.30 (turno b), venerdì 23 ottobre alle 20.30 (fuori abbonamento), domenica 25 ottobre alle 18.00 (turno c), martedì 27 ottobre alle 18.00 (turno d).
I biglietti per lo spettacolo sono in vendita al Botteghino del Teatro Petruzzelli e su https://www.vivaticket.com/it/ticket/il-trovatore/290953
E-mail: botteghino@fondazionepetruzzelli.it Telefono: 080.9752810.
Antonio Pisani
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