Ecco, la legge sulla separazione delle carriere dei Magistrati è stata approvata dal Parlamento in via definitiva, dopo appena quattro letture.
E’ una riforma della Giustizia.
Il salumiere sotto casa, che mi parla sempre di salumi, formaggi e mozzarelle, questa volta mi ha fatto una domanda trabocchetto: “scusi dottore, ma non l’avevano già fatta la riforma della Giustizia, quella di quella signora che non mi ricordo come si chiama?”. Il salumiere aveva avuto sentore, da qualche parte, che c’era in ballo qualcosa sui Magistrati e ne voleva sapere di più. Siccome mi aveva chiamato “dottore” (per lui appartengo alla classe di quelli che ne capiscono, di tutto un pò), gli rispondo: “Quella era la riforma Cartabia, questa è la riforma sulla separazione delle carriere dei Magistrati”. Pensavo di essermela cavata, ma quello insiste: “Ma che cavolo di differenza c’è?”.
Ci penso su e gli rispondo: “Quella della Cartabia ha messo mano alle procedure, questa ha messo mano alla organizzazione”. Il salumiere abbozza e si quieta; e io me la sono cavata.
Questo modo di vedere la questione fa però capire perché la legge Cartabia non preveda aggiornamenti della Carta Costituzionale; è sufficiente che la Corte Costituzionale ne verifichi la coerenza con la Costituzione. La legge approvata il 30 ottobre 2025, invece, è sancita direttamente nella Costituzione, perché parla di ordinamento. E siccome è stata approvata dal Parlamento con una maggioranza non qualificata (inferiore ai 2/3) è soggetta al referendum confermativo popolare che non ha bisogno di quorum. Così, sono partite, molto vivaci, addirittura aspramente conflittuali, le campagne per il SI e per il NO.
Che dice la legge, in sintesi? Quattro sono ii punti salienti.
1. E’ opportuno distinguere la carriera del magistrato inquirente (Procura) da quella del magistrato giudicante (Tribunale). Perché?
Perché non è più possibile ignorare che, fra colleghi magistrati, pur con missione e funzioni diverse (accusa e giudizio), si possa accendere, spontaneamente, una reciproca influenza e condizionamento, a scapito del cittadino imputato. Eliminare questo legittimo sospetto significa rafforzare la credibilità che venga rispettata la individuale autonomia e indipendenza del singolo magistrato che sia Procuratore o Giudice. Ma, soprattutto e principalmente, significa rafforzare il diritto del cittadino alla “legge uguale per tutti”: cioè che il Giudice sia “terzo” rispetto alla accusa e alla difesa. Come si elimina questo sospetto? Semplice: due missioni distinte, due funzioni distinte, due carriere distinte. E’ chiaro a tutti che la carriera è il percorso di maturazione della esperienza e del know how che consente di esercitare la funzione specifica in maniera più efficace ed efficiente.
2. Per rendere ancora efficace la separazione fra le due carriere e più difficile la reciproca influenza e condizionamento, si costituiscono due differenti ordinamenti, ciascuno dotato di un proprio Csm (Consiglio Superiore): uno per i Procuratori; l’altro per i Giudici.
3. Ancora di più, per garantire l’equilibrio e la trasparenza delle deliberazioni dei due CSM, è necessario eliminare il condizionamento su di essi delle diverse correnti in cui è suddiviso l’insieme dei Magistrati. Pertanto, i membri del CSM saranno estratti a sorte e non più eletti con elezioni di stampo partitico. Infatti, nessuno può negare che la stessa esistenza delle correnti preveda, per ciascuna, una Etica collettiva di parte, a danno della individuale autonomia e indipendenza del Magistrato.
4. Infine, per eliminare gli effetti di eventuali simpatie che assolvono e antipatie che puniscono, si trasferisce il ruolo disciplinare dal CSM ad una indipendente e autonoma Alta Corte Disciplinare che garantisca un più equilibrato sistema di valutazione dell’opera del Magistrato.
Quindi, l’obiettivo della legge è ”rafforzare la autonomia e indipendenza della Magistrato nella sua propria funzione” secondo il dettato costituzionale.
Ma perché si è giunti a dover promulgare una legge del genere?
Perché il terzo potere dello Stato, la Giustizia, denunciava una deriva preoccupante: la tracimazione dal proprio ruolo costituzionale; gli innumerevoli svarioni nelle indagini, trattate già da sentenze; le incredibili sentenze, incomprensibili addirittura al semplice buon senso; la tendenza, sempre più accentuata, ad una soggettiva interpretazione della legge.
Nel suo articolo su Formiche del 1 novembre 2925, intitolato “La riforma della giustizia supera la Repubblica dei pm-ayatollah”, Luciano Cazzola scrive: “l’elettorato sarà chiamato a scegliere tra il ripristino dello Stato di diritto o la Repubblica delle Procure, una sorta di ordinamento teocratico … come gli ayatollah …. le procure si sentono custodi di un’etica pubblica che viene prima e va oltre le fattispecie di reato”; e Sabino Cassese rafforza: le Procure “sono divenute oggi il quarto potere dello Stato’’.
Gravissime accuse, senza precedenti e fuori dai denti, verso un Potere dello Stato che sembra porsi fuori dalla Costituzione; e che pretende di essere l’eletto di Dio; infallibile e definitivo; che non deve rispondere al popolo né a nessuno, incontrastato. Un ordinamento teocratico è ben più forte di una bieca dittatura fascista: si va ben oltre il concetto della semplice tracimazione.
L’immagine trasferita dalle citate affermazioni è quella di identità clericale, con un CSM che si può paragonare ad un papato e con la ANM (Associazione Nazionale dei Magistrati) ad una conferenza episcopale. Si fa presto a che emergano fantasmi “teocratici” come l’Inquisizione e il Giustizialismo. Fantasmi che si solidificano nell’ascoltare Piercamillo Davigo: “L’imputato che viene assolto è uno che l’ha fatta franca’’. Sei sempre colpevole!
Che dice il fronte del NO? Il leitmotiv della opposizione è: la separazione delle carriere “è un grimaldello per portare il magistrato inquirente sotto il controllo del potere esecutivo e aprire la strada a un’abietta dittatura”.
Stefano Musolino, sostituto procuratore a Reggio Calabria e Segretario della corrente Magistratura Democratica, appare molto infastidito che la legge modifichi la Carata costituzionale e ne denuncia, senza mezzi termini, il vero obiettivo: “l’indebolimento dell’autonomia e dell’indipendenza dei giudici nel loro ruolo di interpreti della legge, in termini conformi a Costituzione e trattati internazionali”. In un suo scritto, addirittura, è più drastico: “Il contesto politico-umorale in cui si innesta la riforma … le soluzioni proposte non abbiano alcuna autentica prospettiva risolutoria di medio-lungo … danno risposte emozionali, piuttosto che razionali, al problema”.
Con tutto il rispetto per le opinioni, non si capisce se Musolino faccia il procuratore ovvero il legislatore. Un magistrato dovrebbe applicare la legge non promulgarla; né interpretarla a proprio piacimento: se non l’ha capita ne dovrebbe chiedere la corrette interpretazione a che l’abbia promulgata; né giudicare il legislatore, senza processo né appello; né, in ogni caso, può etichettarlo come “umorale”. Si tratta di semplice educazione.
Nel suo scritto, Musolino, nel denunciare il pericolo di una sottomissione del Magistrato alla politica, sembra non risparmiare nessuno, nemmeno i suoi colleghi. Infatti, se egli ha la certezza che essi possano essere condizionati dalla politica, allora li considera, tendenzialmente, intellettualmente disonesti perché contrabbandano la propria autonomia e indipendenza con eventuali benefici; o tendenzialmente vigliacchi perché soggiaciono ad eventuali minacce. Ma tutto questo non c’entra con il dettato della legge che non tocca le prerogative del Magistrato, anzi le esalta. Nè può sostenere, con grande ipocrisia, che oggi non ci sia disonestà intellettuale e vigliaccheria soprattutto alla luce delle incredibili esternazioni di Luca Palamara, pubblicate, mai sconfessate e ancora da chiarire.
E’ di tutta evidenza che l’eventuale sottomissione del Magistrato attiene alla Etica del singolo non alla legge. Non si accorge, Musolino, che non dimostra gli errori della legge, ma conferma quanto sostengono Cazzola e Cassese?
Infatti, non fa che evidenziare la natura teocratica del suo pensiero, la tracimazione dal suo ruolo, la convinta presunzione, il delirio di onnipotenza, il processo alle intenzioni che è tipico della inquisizione.
Gli fa eco Nicola Gratteri, Procuratore di Napoli, che però specifica che lui combatte la Riforma e non il Governo.
Balza in evidenza che l’opposizione alla Riforma sia condotta non tanto dal sistema partitico d’opposizione, quanto dalla Giustizia; o, meglio dalla Procura. Infatti, parlano i Procuratori e i partiti di opposizione stanno a ruota, con analoghe impostazioni.
Cosa dice Giuseppe Conte? “Sui territori nessuno ci chiede una riforma della giustizia …. questa legge stravolge la Costituzione per mettere i Pm sotto il tacco del governo di turno”. Impostazione populistica.
E la Schlein? “Quello che vuole Meloni con questa riforma è avere le mani libere”. Impostazione del pericolo fascista.
In verità, sembra che ci sia solo il problema della Procura:
1. Il disappunto per la cristallizzazione della legge come legge costituzionale. 2. Il timore di perdere, per intervento del Giudice ex collega, la minacciosa arma del pieno potere senza responsabilità: quello di condurre indagini invasive, arroganti, prepotenti, senza rispetto per i diritti fondamentali e costituzionali dell’imputato, che è innocente fino a sentenza.
E’ “fare giustizia” prima del processo.
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