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La Puglia torna alla didattica a distanza: fra rabbia, paura e possibilità

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La “didattica digitale integrata” (semplificato in “didattica a distanza” o “Dad”) torna a essere compagna di vita di migliaia di studenti, docenti e dirigenti scolastici. Dopo cinque mesi, a cavallo fra prima ondata Covid e fase due/tre, di discussioni su come evitare un nuovo ricorso allo strumento di emergenza, in Puglia la Dad ha fatto di nuovo capolino. Tutti quanti in didattica a distanza dal 30 ottobre al 24 novembre, per ora; sono esclusi studenti Bes (bisogni educativi speciali) e attività laboratoriali che devono necessariamente essere svolte in presenza. Questo, in estrema sintesi, il contenuto dell’ordinanza firmata dal governatore Michele Emiliano e dall’assessore regionale alla Sanità Pier Luigi Lopalco.

Le scuole pugliesi, secondo i dati forniti da Lopalco ed Emiliano, che hanno conosciuto casi Covid al loro interno sono 286, con 417 studenti e 151 docenti positivi.

Spiegazione che, però, pare attaccabile. Lucia Azzolina, ministro dell’Istruzione, pubblicamente ha contestato la scelta della Puglia: «La Regione Puglia ha sospeso le attività didattiche in presenza definendo ‘impressionante’ il numero dei contagi – scrive Azzolina. Eppure, secondo quanto ci ha comunicato, si tratta di 417 studenti risultati positivi (su una popolazione studentesca di 562 mila). La stessa Regione ha poi ammesso che il problema in realtà non è la diffusione del virus all’interno delle scuole ma l’organizzazione del lavoro della sanità regionale. Pensare di risolvere il problema chiudendo le scuole è una mera illusione. Perché i ragazzi escono, anzi usciranno di più e rischieranno di contagiarsi. A scuola invece, non solo ci sono misure di sicurezza, ma anche protocolli che permettono controllo e tracciamento. Si riaprano al più presto le scuole, evitando conseguenze gravi, presenti e future, per gli studenti e per le famiglie. Sono sommersa in queste ore da messaggi di sconforto, delusione e amarezza. La comunità scolastica pugliese nei mesi scorsi ha lavorato tantissimo, per preparare le scuole alla riapertura. Dimostrando spirito di sacrificio e responsabilità. La stessa che oggi è richiesta a tutti gli attori istituzionali per non togliere alle bambine e ai bambini momenti di socialità, studio, impegno e crescita. La scuola non è “un problema” come qualcuno ha scritto. La scuola è futuro e speranza».

Quello della Dad, senza giri di parole, è un placebo a cui non tutti possono fare egualmente ricorso. Un dato Istat ormai noto racconta come quasi il 40% delle famiglie pugliesi non possegga in casa alcuno strumento tecnologico di lavoro (pc/tablet); se si ipotizza un nucleo familiare con un paio di figli in età scolare e almeno uno dei due genitori in smart working, si comprende che il problema del “digital divide” è acuto. Secondo uno studio condotto da Flc Cgil Puglia su un campione di studenti superiori pugliesi durante la prima esperienza con la Dad, inoltre, il 72% chiedeva una riapertura della scuola al più presto. Il 73,5% riteneva che la Dad non potesse sostituire la didattica in presenza (il 63,4% nei tecnici). Nei professionali il 75% pensava che la Dad non potesse sostituire la lezione in presenza, il 77% nei licei.

Gli stessi sindacati avevano puntato il dito contro Emiliano già una settimana fa, in concomitanza con l’ordinanza che metteva in Dad gli studenti del triennio delle scuole superiori, cercando di mantenere in presenza non più del 25% degli alunni più grandi. Gianni Verga, segretario generale Uil scuola Puglia, definisce la nuova ordinanza «Irricevibile, sia per il metodo sia per il merito, non siamo stati sentiti rispetto a questa decisione. Si cerca di nascondere le responsabilità, non si comprende come mai in Francia e Germania si continui ad andare a scuola, mentre in Puglia la didattica in presenza debba fermarsi. Ancora non è stato dimostrato che i contagi avvengono a scuola, evidentemente ci sono altre responsabilità: gestione dei trasporti pubblici e della sanità».

Verga, poi, sottolinea le incongruenze del lasciare a scuola solo gli alunni “Bes”: «Così non si fa altro che emarginarli ed etichettarli. Non si tratta solo di studenti diversamente abili, ma anche immigrati o ragazzi con particolari condizioni socioeconomiche. In alcune scuole, addirittura, le presenze supereranno il 25% previsto dalla precedente ordinanza di Emiliano. Si tratta, quindi, di un provvedimento preso senza criterio. Ci sono stati cinque mesi per organizzare i trasporti e la sanità, ma si è preferito pensare ad altro».

Se per la gran parte dei docenti la Dad rappresenta una chimera, un po’ per l’età avanzata della categoria, un po’ per l’improvvisa esigenza di cambio metodo, c’è chi però ne intuisce le potenzialità. Riccardo Somma, docente di matematica e fisica all’istituto Panetti, spiega: «La Dad è uno strumento e come tale la sua efficacia dipende da chi lo maneggia. Dare un giudizio dell’esperienza didattica del primo lockdown è un esercizio vano, troppe le variabili in gioco a partire dalla qualità degli strumenti passando dalle competenze informatiche di docenti e allievi. Da insegnante liceale di matematica e fisica, la Dad, se ben pensata, si rivela uno strumento didattico efficace per le mie discipline. Sento di condividere l’apprezzamento dei miei discenti e di condividerne le ragioni: comodità nel seguire da casa, maggior chiarezza, maggiore fruibilità della lezione, archiviazione sistematica del materiale didattico. Certo, viene penalizzata la dimensione sociale dell’apprendimento e più in generale di tutta l’esperienza di vita scolastica, ma in un momento di emergenza globale possiamo solo essere soddisfatti di riuscire a portare a compimento, tra tutte, la missione più importante di una scuola: insegnare».

Tornando sulle eccezioni di questa ordinanza, Somma (co-responsabile del centro educativo Formath-Educere) sottolinea la particolare delicatezza che richiede il trattamento dei casi Bes: «La classificazione di Bes riguarda una casistica ampia ed eterogenea di studenti e studentesse, dare una valutazione omogenea rispetto ai singoli casi è difficile. È responsabilità delle autorità scolastiche regionali chiarire le ragioni di questa scelta e stabilire criteri omogenei su tutto il territorio regionale che permettano alle singole istituzioni scolastiche di scegliere se, perché e a quali casi riservare attività in presenza. Questione delicatissima è quella delle valutazioni, molto approssimative e poco attendibili nella teledidattica; in questo senso raccomanderei di valutare la possibilità di effettuare almeno quelle in presenza. La Dad, come il virus stesso, è qualcosa con cui dobbiamo convivere e provare a renderla impulso per una futura evoluzione verso modelli più moderni, efficaci, liberi che non puntino più a obiettivi minimi con metodi tradizionali ma a obiettivi nuovi con metodi nuovi».

Per Simona Tundo, pedagogista dell’istituto Margherita e consulente di una rete di 20 scuole, «L’inclusione dei soggetti Bes avviene con i neurotipici. La vera inclusione si mette in atto davanti all’eterogeneità della classe, e con la sola presenza dei bambini Bes in aula lo stesso concetto di inclusione viene meno. Resta, però, il fatto che per questi bambini la didattica a distanza non è compensativa ma è una difficoltà in più. Se, quindi, dovessi scegliere fra quella e una momentanea esclusione, prenderei quest’ultima, con un microgruppo di bambini con piccole difficoltà. Sta a docenti specializzati e figure educative modificare l’aspetto didattico per cercare un consolidamento della abilità neuropsicologiche».

Resta, però, il punto interrogativo sul metodo adottato dall’ordinanza. «Noi pedagogisti – continua Tundo – avremmo potuto contribuire alle scelte politiche con un tavolo tecnico di professionisti. Comprendiamo le ragioni sanitarie, però conta anche l’aspetto mentale e la socialità. A inizio anno scolastico, dopo il lockdown, abbiamo notato delle destabilizzazioni nei bambini; è importante lavorare con gli esperti per avere suggerimenti operativi che siano aderenti alle loro caratteristiche. Difficoltà che sono condivise anche dai bambini che per la prima volta entrano nella scuola primaria, dove oltre a leggere, scrivere e fare di conto ci sono tanti altri momenti fondamentali. Con il nostro aiuto si poteva organizzare in maniera diversa».

La preoccupazione, poi, è condivisa anche dai dirigenti scolastici, che per giorni hanno fatto i conti con contagi e sanificazioni. Fabio Speduti, direttore del liceo scientifico sportivo “Cittadella della formazione”, spiega: «La Dad non è la migliore soluzione, soprattutto per i bambini delle scuole elementari, i più penalizzati. In Puglia è stata adottata questa soluzione che suona come una sconfitta per tutto il mondo scolastico. Nel giro di pochi giorni ci siamo trovati dal 25% in presenza alla totalità in Dad, con tutto quello che comporta in termini di socialità. Dal punto di vista del rendimento, poi, si penalizzano gli studenti più deboli, che hanno bisogno della frequenza. Nel nostro caso, trattandosi di un liceo a indirizzo sportivo, vengono meno anche le attività svolte all’aperto; una mutilazione del modo di vivere la scuola dei nostri ragazzi».

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