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Dall’animatore socio-educativo allo youth worker, un contributo barese alla convention di Bonn

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Qual è ruolo di chi lavora con i giovani in contesti educativi non formali? Si potrebbe parlare in generale di animatore socio-educativo, ma la definizione non esaurirebbe l’ampio spettro delle competenze di uno “youth worker”. Questo il tema portato dalla delegazione italiana alla terza convention europea sullo youth work, tenuta a Bonn dal 7 al 10 dicembre scorsi, con collegamenti web da tutto il continente. L’iniziativa è stata organizzata dal Ministero federale tedesco per la famiglia, gli anziani, le donne e la gioventù e dall’Agenzia nazionale tedesca Jugend fuer Europa.

La barese Lucia Abbinante, direttrice dell’Agenzia nazionale giovani, ha chiarito così la posizione italiana: «Il ruolo degli youth workers, gli animatori socio-educativi, è fondamentale per la tenuta della coesione sociale e territoriale nel nostro Paese. Per questo, in Italia, così come già avvenuto in altre nazioni europee, il dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale insieme ad Agenzia nazionale per i giovani stanno muovendo i primi passi per il riconoscimento giuridico della professione di youth worker, come annunciato anche di recente dal ministro Vincenzo Spadafora».

La convention tedesca si è potuta giovare anche del contributo barese apportato alla delegazione italiana, attraverso l’esperienza di Tou.play, associazione di promozione e valorizzazione territoriale, empowerment per infanzia, adolescenza e giovani-adulti, innovazione sociale. «In Europa ci sono circa 2 milioni di operatori del settore. Lo youth worker è una figura trasversale, che interessa diversi settori: dalla scuola alle parrocchie, fino all’allenatore di calcio, figura che in molti casi svolge anche attività di educazione non formale, avvalendosi delle competenze dello youth worker», dice Aldo Campanelli, cofondatore di Tou.play.

All’interno della dichiarazione finale prodotta al termine dei quattro giorni si fa particolare attenzione a definire una “cornice” all’interno della quale garantire la qualità dell’attività svolta in materia di youth work. Questa estate, a Spazio13, l’associazione Tou.play ha condotto una particolare iniziativa, “Future leaders”, dedicata ai giochi di ruolo come momento di animazione socio-educativa, ospitando a Bari ragazzi da 20 paesi europei. Un progetto finanziato dall’Agenzia nazionale giovani della Germania grazie ai fondi stanziati dall’Unione europea nell’ambito di Erasmus+. «Quell’evento – prosegue Campanelli – era a tutti gli effetti un’attività di youth work, perché all’interno erano contemplati gli “youth leaders”, i giovani protagonisti, e i project manager che si sono interfacciati con il fondo. Queste pratiche servono per tradurre a livello locale quello che si fa a livello europeo».

Nel documento finale, infatti, è scritto che “La comunità di pratica dello youth work dovrebbe intrecciarsi effettivamente con i differenti settori, pubblici e privati”. Più avanti è scritto: “Le sinergie fra settori e attori diversi sono cruciali per raggiungere tutti i giovani, dandogli voce e sostenendoli nell’agire, e allo stesso tempo fornendogli diversi accessi ai servizi pubblici, così da fare in modo che nessuno rimanga indietro”.  

In Italia, al Sud, a Bari, il percorso sembra, però, ancora lungo. «Sul territorio manca una direzione comune – prosegue Campanelli. C’è un divario nord-sud Europa: in Svezia o in Norvegia ci sono le “municipality”, gli enti pubblici locali, che hanno centri giovanili dove lavorano sia gli assistenti sociali sia gli youth workers, che sono dipendenti statali. Le scuole cercano quegli spazi, fanno accordi per mandare i ragazzi nei centri giovanili dopo le attività curriculari. Qui non accade perché alla frammentazione regionale si aggiungono frammentazioni territoriali, diversi approcci all’animazione socio-educativa. Attraverso questo tipo di convention si sta provando a dare forza alle attività locali di youth work, affinché possano andare oltre la comunità di pratica e proporre attività trasversali».

La strada, però, è irta e disseminata di ostacoli. Campanelli: «Partecipando a un bando dell’Agenzia per la coesione territoriale sulla povertà educativa, abbiamo provato a coinvolgere diverse cooperative, che però non volevano partecipare in rete pur avendo programmi di animazione socio-educativa. In quel caso la comunità di pratica è divisa».

Un problema, quello del “settorialismo”, da superare in fretta se si vuole portare Bari e l’Italia al passo del vecchio mondo. Nei programmi dell’Agenzia nazionale giovani c’è l’elaborazione di un piano nazionale, utile a dare informazioni sullo youth work. «Spesso anche gli educatori non sanno di essere youth workers, semplicemente perché non conoscono i principi dell’educazione non formale – prosegue Campanelli. L’idea è costruire una carta in cui l’educatore possa riconoscersi in youth worker, sviluppata dal progetto “Europe goes local”, portato avanti a Bari, a Spazio13».

E poi? «Il progetto è finito nel dimenticatoio delle carte di indirizzo strategico – spiega Campanelli. Non sono richiesti direttamente fondi economici, ma un impegno politico che però passa in secondo piano rispetto agli interventi più urgenti di tampone. Manca il tempo per fermarsi e costruire un percorso».

In definitiva, quindi, la vera ambizione della convention europea 2020 è di mettere a sistema il meccanismo dello youth working, a cominciare dalla presa di coscienza degli stessi operatori. «La prima cosa da fare – conclude Campanelli – sarebbe il riconoscimento, per dare a chiunque la possibilità di identificarsi come youth worker e accedere ai fondi. Poi si dovrebbero creare strumenti e spazi di reale coinvolgimento degli utenti finali, i giovani: dare loro la possibilità di riunirsi e dialogare. Ci sono strumenti, come le Ka3, dell’Unione europea che permettono di farlo per costruire proposte di delibera da passare agli organismi politici locali. Quello che la convention ha rivendicato è la possibilità di dare uno spazio ai giovani a prescindere dal fatto che si vinca un bando con un progetto. Un luogo franco, un pozzo dove raccogliere le idee».

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