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IV Domenica di Quaresima

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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,14-21)
Dio ha mandato il Figlio perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

San Paolo nella seconda lettura di questa domenica ci invita a riflettere sul vero atteggiamento di Dio nei nostri confronti: “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le nostre colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati”. Paolo ci ricorda che la salvezza operata da Dio è frutto del suo amore sconfinato per l’uomo, come la stessa fede è dono di Dio. La salvezza operata da Dio a Pasqua per mezzo del suo Figlio, in noi la compie nel battesimo, momento in cui il nostro io viene sepolto dando spazio all’uomo nuovo: Cristo, il quale agisce in noi e compie le opere buone. Alla luce di ciò il nostro cammino non può che procedere speditamente verso il cielo, ma l’uomo attraverso il libero arbitrio può decidere se seguire o meno durante la sua vita un percorso capace di proiettarlo verso l’eternità. Tutto ciò emerge dal Vangelo odierno nel dialogo tra Gesù e il fariseo Nicodemo. Nicodemo è colui che cerca Gesù di notte, è ognuno di noi. Avverte il fascino di Cristo, ma non vuole uscire allo scoperto, forse per vergogna, è colui che si rende conto di non essere Dio, è l’icona di colui che cerca Dio. E Gesù nel rispondere a Nicodemo, risponde ad ognuno di noi: “Dio ha tanto amato il mondo, da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. In queste parole ritroviamo il grande amore di Dio per l’uomo tratteggiatoci nella seconda lettura da Paolo. Dio manda suo Figlio non per condannare l’uomo ma per salvare l’uomo. È l’uomo che condanna, è l’uomo che abbandona Dio, Dio invece resta sempre accanto all’uomo, ce lo ricorda anche la parabola del padre misericordioso: il figlio abbandona il Padre, il padre non smette di attenderlo.

Ma se Dio non condanna l’uomo, chi condanna l’uomo? È l’uomo che condanna se stesso attraverso le sue libere scelte: “Chi fa il male odia la luce”. San Francesco nelle “Lodi di Dio Altissimo” definisce Dio come: sommo bene, amore, carità, sapienza, bellezza, umiltà, misericordioso salvatore. Ecco che grazie al Vangelo odierno, aiutati dal Poverello di Assisi, possiamo comprendere cosa significhi condannarsi alle tenebre, ad una vita infelice, che difficilmente ci proietterà verso l’eternità. Tutte le volte in cui l’uomo rifiuta nella sua vita il bene, l’amore, la carità, la sapienza, la bellezza, l’umiltà e la misericordia, l’uomo deliberatamente rifiuta Dio e odia la luce. E come ci ricorda il Vangelo odierno, “chi odia la luce, non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate”, giudicate pubblicamente. Questo tempo di Quaresima, in cui siamo chiamati ad una profonda e sincera revisione della nostra vita attraverso l’ascolto della Parola di Dio, ci aiuti ad essere cittadini del cielo, a gettare via le opere delle tenebre e ad indossare le armi della luce, con la certezza nel cuore che siamo salvi per amore.

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