La guerra in Ucraina è il grande trogolo dove far morire Sansone con tutti i filistei

«Muoia io con tutti i Filistei!» gridava Sansone nel Libro dei Giudici. Oggi, però, potremmo attribuirla senza sforzo a uno Starmer qualunque, a Macron, a von der Leyen, a Netanyahu o a Zelensky. Tutti pronti — pur di restare incollati alla loro poltrona — a trascinare i propri popoli nel baratro. Leader? No: professionisti dell’autoconservazione, disposti a sacrificare tutto tranne il proprio potere.

Ed è solo con questa chiave di lettura che si capiscono le due notizie che rimbalzano ovunque: Pokrovsk che crolla e un manipolo di piloti russi che qualcuno avrebbe provato a comprare per scatenare l’inferno su Costanza, cioè sulla Nato. Un piano disperato, quasi suicida, per costringere gli Stati Uniti a entrare in guerra. Il casus belli perfetto, confezionato con la disperazione di chi sa di essere sull’orlo del precipizio.

Pokrovsk non vale solo una città: vale la porta dell’Ucraina. Cade Pokrovsk e crolla la dorsale che reggeva la difesa. L’esercito russo è già a Kostjantynivka; davanti ha solo Druzhkivka e Slov”jans’k. Dopo, il nulla: l’immensa pianura che porta a Kiev come un’autostrada senza caselli. Anche Cherson segnala il ritorno dei russi. Passo dopo passo, metro dopo metro, Mosca avanza. Silenziosa, metodica, implacabile.

Che fare, allora? Zelensky guarda a Washington e chiede l’impossibile: «Fermateli voi». E qualcuno prova davvero a generare l’incidente di Costanza. Chi gioca con il fiammifero, però, dimentica che sopra la polveriera ci siamo tutti.

La terza guerra mondiale non è uno slogan: è l’esito naturale di certe follie.

Ma del resto, a chi gioca questa partita non importa nulla delle conseguenze: ha messo sul piatto miliardi, prestigio, influenza e la narrazione di un Occidente imbattibile. Perdere significherebbe ammettere che l’intera operazione “Russia contro il resto del mondo” è stata una scommessa cieca, arrogante e soprattutto già persa in partenza.

Chi la guidava pensava che dopo l’Urss potesse iniziare il banchetto: due secoli di risorse russe, a volontà.

Ma Putin non è Gorbaciov e la Russia non è più il gigante addormentato degli anni ’90.

Sta ridisegnando la mappa del potere: Artico, Ucraina, Mar del Giappone.

Un messaggio chiarissimo: «Questa è la nostra sfera d’influenza. Punto.»

Qui non si parla più di diplomazia, ma di sopravvivenza.

Chi non ha terre rare né energia a basso costo, oggi, è fuori dalla storia. E guarda caso, tutte le zone citate racchiudono idrocarburi e minerali strategici.

Non coincidenze: direzioni precise del nuovo mondo multipolare.

La Cina produce il 70% delle terre rare del pianeta.

Chi non vuole inginocchiarsi davanti a Pechino deve cercare altrove. E infatti: Donbas, Artico, Canada, Groenlandia… e perfino il Mar del Giappone, dove passa mezza filiera globale.

Non sorprende che gli Usa di Trump sognino annessioni mascherate, né stupisce l’ossessiva attenzione per il Venezuela, il più grande serbatoio petrolifero del pianeta.

Tutto torna.

Perché queste ricchezze hanno alimentato — e continuano ad alimentare — un’élite occidentale che da anni vive come satrapi e hanno nutrito un esercito di privilegiati: giornalisti ben pettinati, banchieri sempre sorridenti, politici eterni, CEO idolatrati, divi che pontificano, accademici che firmano appelli a comando, generali con la bava alla bocca e capitani d’industria pronti a sospingere la ruota, purché il trogolo resti pieno.

Altro che valori, libertà, umanitarismo.

È business. È potere. È sopravvivenza del privilegio.

E l’Italia?

Ne ha viste decine di crisi umanitarie.

Per nessuna ha mai fatto quello che sta facendo oggi.

Neppure un TG in lingua straniera era mai stato trasmesso dalla Rai. Ora sì: in ucraino.

Un gesto apparentemente piccolo, ma che grida una cosa sola: l’élite occidentale non vuole arrendersi.

Non vuole dire “abbiamo perso”. Non vuole chiudere la partita. Non vuole rinunciare alle proprie prebende.

Costi quel che costi… anche far morire Sansone con tutti i Filistei.

Lorenzo Valloreja

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